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Wall street vs Main Street, la guerra infinita

ottobre 2, 2008

Ore 16 Wall street. Dopo la tempesta un po’ di calma, la borsa di New York chiude in rialzo e i mercati americani credono all’appello del Presidente Bush che è tornato a chiedere al Congresso di agire in fretta e sperano che il Senato approvi il maxi emendamento da 700 miliardi dollari. Il clima rasserenato traspare anche dai visi dei brokers americani che appaiono più distesi. “Sono certo che andrà tutto bene e che alla fine il Congresso voterà per il piano Paulson”, racconta Jeff Rotherstein che da cinque anni lavora per JPMorgan “anche perchè non possono fare altrimenti, non so però quanti americani ne saranno felici”, accenna un sorriso e corre in palestra.

Ore 16.30 Main Street. Davanti alla Borsa di New York, oltre ai turisti e a una manciata di televisioni, sono in pochi a protestare. Tre persone si aggirano per le strade del quartiere vestite da zombie con un cartello “Greed kills”(l’avidità uccide) “Le persone che hanno sbagliato devono pagare”, spiega uno dei tre “Washington deve far decidere ai contribuenti cosa fare con il piano Paulson. Alla maggior parte degli americani non piace perchè graverà tutto sulle spalle dei cittadini alcuni dei quali rischiano di perdere il lavoro”. La guerra tra Main street, espressione   usata per definire l’uomo della strada, e Wall Street, per indicare il ricco businessman americano, torna a farsi sentire. I sentimenti delle persone comuni sono confusi: dalla paura passano rapidamente alla rabbia. “Ci dicono di stare calmi ma francamente quando ho visto il Presidente Bush in televisione per tre volte in una settimana mi sono spaventata” racconta Alyssia una studentessa di legge.  “Era molto teso e visibilmente preoccupata e non mi è piaciuto vederlo in quel modo. Un Presidente ha il dovere di mostrarsi sempre forte e, soprattutto, rassicurante”. Alyssia come molti altri teme che, se il piano di salvataggio venisse approvato, gli Usa si possano trasformare in un Paese socialista che, la maggior parte degli americani vede come fumo negli occhi. Appena gira l’angolo, un signore che ha seguito la conversazione sorride e dice “Gli americani vogliono un Presidente e dei governanti che diano innanzittuo l’impressione di essere solidi e Bush per l’ennesima volta li ha delusi”.

 Il signore si chiama Ahmed ha un’edicola e da 22 anni vive a New York con la moglie, una figlia di tre anni e il nipote “che ora studia legge a Harvard ma appena prenderà la laurea molto probabilmente tornerò a casa mia”.  Racconta che come lui molti suoi connazionali stanno prendendo in considerazione l’idea di fare i bagagli e di andarsene. “Ieri ne parlavo con mio fratello. Sono due anni  che penso di tornare in Tunisia. In America sta cambiando tutto e New York non è più quella di 20 anni fa: è tutto terribilmente caro, anche fare la spesa al discount è diventato quasi un lusso”. Racconta che in un mese il riso è aumentato di 6 dollari e che nell’ultimo anno ha avuto molte difficoltà a sbarcare il lunario. “Se deve diventare una prigione preferisco trasferirmi altrove”. Ahmed non sembra l’unico a pensarla così. Alcuni giorni fa sul Wall Street Journal è stato pubblicato un rapporto secondo cui nel 2007 il numero di immigrati è calato del 50%. L’inasprimento delle leggi sull’immigrazione e l’economia traballante hanno scoraggiato molti a tentare la fortuna negli Usa e convinto altri – circa 1.200.000 –   a far ritorno  a casa.  E chiaramente la paura e la rabbia “degli abitanti di Main Street” ha forti ripercussioni anche sulle elezioni. Secondo l’ultimo sondaggio del Washington Post e della rete televisiva Abc, il 51% degli intervistati è seriamente preoccupato per l’andamento dell’economia che in questo momento è l’argomento che sta più a cuore agli elettori, prima dell’Iraq e della sicurezza nazionale. “Voterò per Obama, è un politico saggio e merita di vincere anche se non ho ben capito quale sia la sua ricetta per risolvere la crisi che erediterà da Bush”, dice Ahmed “Spero che la situazione non peggiori troppo, almeno prima della mia partenza”.

 

Uscito su Il Riformista del 2 ottobre 2008

 

 

 

 

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