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“Obama terrorista”, l’ultima carta Palin-McCain

ottobre 6, 2008

“Chi è veramente Barack Obama?” Questo è il dubbio che il duo McCain-Palin vuole insuinare nelle menti degli americani, cercando di far dimenticare agli elettori la crisi economica che finora si è rivelata disastrosa non solo per le tasche degli americani ma anche per i candidati repubblicani. Il ticket repubblicano, in chiara difficoltà secondo gli ultimi sondaggi nazionali che danno il senatore dell’Illinois in vantaggio di 6 punti, ha dunque tirato fuori l’arteglieria pesante e ha dato il via ad una strategia molto aggressiva che molto probabilmente proseguirà per le prossime quattro settimane fino al 4 novembre, giorno dell’elezione. A fare  la prima mossa è stata Sarah Palin “la pitbull con il rossetto”, come lei stessa si è definita, che ha accusato Obama di avere amici terroristi che vogliono distruggere gli Stati Uniti. Si tratta della cosiddetta “carta Ayers” che la candidata alla Vice Presidenza ha deciso di giocare e che, però, non sembra sortire gli effetti desiderati. Durante un comizio a Elgewood, in Colorado, la Palin ha parlato di presunti legami tra Obama e Bill Ayers uno dei fondatori del “Weather Underground”, un gruppo radicale della fine degli anni Settanta, autore di attentati nessuno dei quali letale, contro il Pentagono e Capitol Hill. A difesa del candidato democratico è intervenuto il New York Times, che in un lungo servizio, ha chiarito che Obama conosceva a mala pena Ayers con cui aveva saltuariamente lavorato in organizzazioni caritatevoli di Chicago negli anni Ottanta e ha ricordato che il senatore dell’Illinois ha sempre denunciato le attività del fondatore del “Weather Underground” senza alcuna ambiguità. La Palin ha poi aggiunto – ed è questo il messaggio su cui i repubblicani insisteranno nei prossimi giorni- che Obama “non è un uomo che vede l’America come la vediamo noi. E’ qualcuno – ha continuato la Governatrice dell’Alaska – che giudica gli Stati Uniti sufficientemente imperfetti per avere amici terrroristi”. Anti patriottico, vicino ad ambienti sovversivi, troppo rischioso,  eccessivamente liberale e via dicendo: l’elenco di aggettivi a cui i due repubblicani attingeranno per descrivere il loro avversario politico potrebbe allungarsi rapidamente nei prossimi giorni.  Non stupiamoci, dunque, se McCain o la Palin resusciteranno il Reverendo Wright, le cui dichiarazioni erano state già passate al setaccio durante le primarie da Hillary Clinton, o Anthony Rezko, ex finanziatore della campagna di Obama e imprenditore immobiliare di Chicago arrestato nei mesi scorsi con l’accusa di corruzione. In sostanza, a un mese dall’elezione, McCain cambia tattica e, nonostante abbia fatto sapere che nel secondo dibattito che si terrà domani alla Belmont University di Nashville in Tennessee lascerà i guantoni a casa, ricorre a colpi bassi per annientare il nemico, una stategia cara ad un certo tipo di politica: quattro anni fa attivisti veterani del Vietnam vicini alla campagna di Bush avevano accusato il suo avversario John Kerry, eroe di guerra, di aver non solo tradito i prigionieri del Vietgong ma di aver lasciato il Vietnam prima della fine del proprio turno. Erano tutte afferamzioni false e che danneggiarono l’allora candidato democratico che tra l’altro non reagì subito alle accuse. A differenza di Kerry Obama non è rimasto in silenzio ad osservare la metamorfosi dei due repubblicani e ha risposto agli attacchi definendo McCain “vago e chiaramente in crisi”. Secondo i dati pubblicati dal New York Times, il senatore dell’Illinois sembra poter contare su almeno 260 voti elettorali dei 270 necessari per conquistare la Casa Bianca, mentre McCain sarebbe a quota 200 voti elettorali. E questi sono i sondaggi “meno favorevoli” per Obama perchè per altri (vedi il sito RealClearPolitics.com) Obama avrebbe conquistato 264 voti. Ma è troppo presto per cantare vittoria, e questo Camp O lo sa molto bene. I sei punti percentuali che il candidato democratico ha a livello nazionale rispetto al senatore dell’Arizona, non sono tanti e rivelano che molti elettori  americani sono ancora incerti su chi votare. Ed è qui che per il ticket repubblicano si apre un piccolo spiraglio e in cui i due cercheranno di farsi strada con aggressività e colpi bassi abbandonando la piattaforma politica e puntando agli attcchi personali.

 

uscito su Il Riformista del 6 ottobre 2008 

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