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Nella casa di un soldato d’Israele

gennaio 7, 2009

“Il sergente Netanel aveva 21, come il mio  Elie”. Nella città di Maaleh Adumin, vicino a Gerusalemme, Paula Stern non si stacca dalla radio che nelle ultime 24 ore ha diffuso i nomi dei primi caduti dell’esercito di Tsahal e  delle decine di feriti. L’istinto la farebbe correre per andare a prendere suo figlio, la spingerebbe a dire a Israele che lo rivuole indietro per chiuderlo nella sua stanza e impedirgli di usare il suo fucile perché – lei che gli ha dato la vita -non sopporta vedere il suo Elie maneggiare un’arma. Ma quello che Paula nella realtà fa è un’altra storia. “Sto tutto il giorno incollata al computer per rimanere aggiornata sulla guerra, cucino e mi prendo cura di mia figlia di 8 anni e non smetto di sorridere alla foto di Elie che ho sulla mia scrivania”. Elie è un soldato israeliano, “un ufficiale”, come precisa sua madre al telefono, “comanda un’unità dell’artiglieria, e ora, penso, dovrebbe trovarsi con il suo battaglione nella parte nord di Gaza”. Paula spera che il suo ragazzo, alto, forte, dai lucenti occhi azzurri, stia al sicuro, che non abbia freddo, e soprattutto non venga rapito. L’ultima volta che ha sentito suo figlio al telefono è stato sabato notte, alle due e mezza di mattina. “Ima (mamma in ebraico, ndr), sono esausto ma sto bene”, gli ha detto e ha aggiunto di non preoccuparsi troppo ma che deve tenere il cellulare spento per motivi di sicurezza “mi farò vivo io”. Sono passati tre giorni e Paula non ha ricevuto nessuna telefonata. Lei gli manda ogni tanto qualche sms “Ti voglio bene”, “Stai attento, tesoro mio” perché se Elie dovesse accenderlo si troverebbe le parole d’amore di sua madre. E nella attesa Paula cerca di passare le giornate in modo “normale” ma dopo un po’ si rende conto che questa non è una situazione normale e che non c’è niente di male ad aver dei piccoli cedimenti “magari non davanti a mia figlia minore ma da sola in cucina, dove amo stare, perché cucinare, fare torte, mi distrae”. Il cellulare lo ha sempre dietro, nella tasca dei pantaloni o appeso al collo con un laccio, e la notte lo appoggia accanto al cuscino “così se Elie dovesse chiamarmi o mandarmi un messaggio sono pronta a rispondergli subito”. Paula racconta di sentirsi una delle mamme fortunate: anche se suo figlio è un comandante di battaglione, il che in Israele implica l’applicazione del principio del “follow me” vale a dire il combattimento in prima linea, “almeno non si trova dentro un carro armato o a combattere porta a porta, quello mi spaventerebbe di più. Sì, perché Elie e la sua squadra hanno l’opportunità di sentire l’allarme che avverte che sta cadendo un razzo e hanno tempo di correre e nascondersi”. Il tempo di cui parla Paula sono 15 secondi dal momento in cui scatta la sirena. “Ma Elie e i suoi sono addestrati molto bene”. E Paula consoce molto bene quell’addestramento perché, in un  certo senso, lei si è esercitata insieme a lui. Il servizio militare che Elie ha cominciato 20 mesi fa ha cambiato figlio e madre. Lui è diventato un uomo a 21 anni responsabile delle vite di altri ragazzi e lei si è abituata a non chiedergli più se ha freddo o se si sente solo quando monta di guardia nei check-point o nelle postazioni nel deserto del Negev. “Prima che Elie iniziasse il servizio militare non sapevo cosa significasse avere un figlio arruolato nell’esercito israeliano che non è come quello degli altri Paesi. Ora ci convivo anche se non mi abituerò mai fino in fondo all’idea della guerra”. Quando le chiedo se prova un sentimento di odio e di amore nei confronti del suo Paese mi risponde con un secco no. “Sono orgogliosa che Elie stia servendo nell’ esercito d’Israele”. Uno dei timori di Paula è quello di trasferire le sue angosce al figlio e per questo ha iniziato a tenere un blog su cui annota i suoi pensieri, le frasi che vorrebbe dire a Elie, gli sms che gli spedisce. “Non mi va di sprecare quel poco di tempo che abbiamo al telefono a piagnucolare, vorrei infondergli coraggio perché ha tutta la vita davanti e non se la deve lasciare scappare”. Il sogno di Paula è di vedere, un giorno, suo figlio sposato con la ragazza giusta, “speriamo sia religiosa come Elie e devota alla sua terra. Ma soprattutto che si innamori degli occhi azzurri di mio figlio e che lo ami anche più di me”. Poi aggiunge “ Spero anche che lei capisca che qualsiasi cosa Elie stia facendo adesso in guerra è qualcosa che gli è stato chiesto di fare”.  

 

 uscito su Il Riformista il 7 gennaio 2009

 

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