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Intervista Robert Fisk su Iran

luglio 18, 2009

uscito su Il Riformista del 18 luglio 2009

“Avevo ventinove anni e mi offrirono il Medio Oriente” . Era il 1976.  Robert Fisk ora ha 63 anni è il corrispondente da Beirut per il quotidiano inglese The Independent, “l’inviato di guerra più famoso al mondo” come l’ha definito il New York Times. Fisk ha seguito dalla redazione di Al Jazeera international il discorso che ieri l’ayatollah  Rafsanjani ha tenuto all’Università di Tehran. “Questo ha poco a fare con le proteste contro le elezioni, è una lotta interna che ha come teatro Qom e come protagonista l’apparato clericale”.

Rafsanjani ha parlato dopo otto settimane di silenzio. Ha avvertito gli iraniani che l’Iran è un Paese in crisi e ha messo in dubbio la legittimità della rielezione di Ahmadinejad. Che messaggio ha voluto mandare l’ex Presidente iraniano ai sostenitori di Mousavi?

Rafsanjani è un uomo terribilmente pragmatico. Non ha esplicitamente chiesto di ritornare alle urne ipotesi -a mio parere- molto remota o comunque non realizzabile nel breve periodo ma ha fotografato una situazione reale sebbene non nuova. L’Iran è un Paese in crisi da molto tempo: è diviso da mille contraddizioni e le elezioni del 12 giugno hanno messo in evidenza queste mille lacerazioni. Non a caso l’Ayatollah Rafsanjani ha scelto come pulpito del suo sermone la preghiera del venerdì il cui spirito è quello del richiamo ad un’unità islamica. Ripeto islamica.

Perché sottolinea la parola islamica?

Perché i giovani che vediamo nelle piazze di Tehran non stanno combattendo contro la Repubblica islamica, i manifestanti non gridano “vogliamo una democrazia secolare” ma “Allah akbar”, il signore è grande e i supporter di Mousavi si vestono di verde, il colore dell’islam. Poi, a parte la strada e i suoi manifestanti, c’è l’imperitura battaglia di Qom, la città sacra sciita, che è il vero nervo scoperto dell’Iran. A Qom sono in molti a voler la testa dell’attuale Ayatollah Khamenei. Ad esempio l’ayatollah Yazdi è un grande amico e supporter di Ahmadinejad lo ha sempre sostenuto e tutti conoscono la sua ambizione a essere nominato leader supremo. Dall’altro c’è Khamenei che da un certo punto di vista si è visto costretto a dichiarare il suo appoggio ad Ahmadinejad per evitare l’isolamento.Molto di quello che si sta verificando da oltre un mese in Iran  ha a che con fare con la guerra tra gli ayatollah.

Robert Fisk. Mito

Le proteste dei cittadini iraniani continuano. Ieri sono scese in piazza centinaia di persone, seppur in numero inferiore alla settimana del dopo-elezioni.

Quello che vediamo nelle strade è una protesta sociale insorta per l’assenza delle libertà fondamentali dell’individuo e per la grave recessione economica che sta riducendo il Paese al lastrico. Queste persone si scontrano con la polizia e le forze Basij che rappresentano quelle entità, ovvero le istituzioni clericali, che non vogliono per nessuna ragione perdere la propria leadership. Secondo me c’è stata un po’ di confusione nell’interpretazione dell’ ondata di proteste. Ritengo che “la rivoluzione di velluto”, come è stata definita, non è assolutamente paragonabile alla rivoluzione del 1979 per un motivo fondamentale. Nel ’79 tutti gli iraniani erano uniti nella lotta contro lo Shah, da destra a sinistra, l’Iran era un corpo solo, e  decisero di dare il potere a Khomeini, all’epoca l’unico ad avere un programma politico. Ora l’Iran è un Paese diviso.

Sta dicendo che Ahmadinejad avrebbe vinto le elezioni?

E’ una mia intuizione. Penso di sì ma non credo nella valanga di voti a suo favore. Non è possibile che Ahmadinejad abbia vinto con quel margine dichiarato dal governo. Lì c’era la volontà di umiliare Mousavi.

Mr. Fisk ieri in Indonesia sono morte dieci persone per un attentato probabilmente ad opera di Al Qaeda. Lei è l’unico giornalista occidentale ad aver intervistato Osama Bin Laden. Al Qaeda si è rafforzata?

Questi sono i tipici discorsi che escono fuori dai think tank americani. E’ più forte o meno forte? Al Qaeda esiste e si nutre delle ingiustizie. Ed è lì che bisogna agire: in Afghanistan, Iraq, Palestina e via dicendo. Inutile urlare “terrore! terrore!” così i qaedisti non spariranno dalla faccia della terra, ma combattendo le ingiustizie c’è una buona probabilità che il loro numero possa diminuire consistentemente.

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