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Io, allieva di Merce Cunningham. Quando tutto poteva seguire tutto.

luglio 28, 2009
Foto Annie Leibovitz

Foto Annie Leibovitz

 

Le prove si svolgevano nel silenzio più assoluto. Niente musica, nessun schiocco di dita a dare il tempo, i passi bisognava contarli nella testa. Il maestro, Merce Cunningham, entrava nella sala prova di Manhattan tra la 14esima e la Nona in carrozzella spinto da un ragazzo che si chiamava Jeffrey o Jeff, non ricordo. “Fermati qui” diceva e indicava un punto vicino alla sbarra dove allungava l’esilissimo braccio e si alzava in piedi a dimostrare i passi. In quella settimana di workshop di cinque anni fa, ebbi l’onore di avere il signor Cunningham come maestro. Ero negli Usa per uno stage all’Ansa ma l’opportunità di lavorare, seppur per pochi giorni, con uno dei miti della danza contemporanea fu un richiamo tanto forte da darmi per malata per un po’. La notizia della morte di Merce Cunningham ieri pomeriggio non era inaspettata, da anni era relegato sulla sedia a rotelle anche se spesso si sforzava di partecipare fisicamente alle durissime prove delle sue coreografie. I danzatori della sua compagnia sono sempre magri, con una tenuta muscolare incredibile frutto di ore e ore di esercizi “sfascia tendini” come venivano chiamati. L’assenza della musica durante le prove era una delle peculiarità del suo modo di lavorare, lo spartito compariva, spesso, solo nel giorno della prima oppure durante la prova generale. Questa è sicuramente una delle innovazioni che Cunningham e il compositore John Cage che lavorò con lui fino al 1998, anno in cui morì, portarono  alla danza contemporanea. Prima degli anni ’50 la danza fu sicuramente messa in discussione e furono elaborate nuove tecniche ma quasi tutte mantennero i valori formali del balletto: la musica e la scenografia si adeguavano in modo ideale alle intenzioni del coreografo che dava vita a un processo senza cuciture. Tutte queste certezze furono infrante da Cunningham. Cage lavorava in una stanza, lui con i suoi ballerini in un’altra e ci si incontrava poco prima di andare in scena. “La mia idea è sempre stata quella di esplorare il movimento del corpo umano” ha dichiarato in una delle sue ultime interviste “Ho cercato di insegnare a studenti e ballerini la mia tecnica ma in un modo che lasciasse spazio all’individualità”. Tutto vero. Spesso erano i danzatori a scegliere i costumi di scena, non che fosse una regola perché ogni spettacolo era chiaramente a sé, ma a volte veniva data loro la possibilità di scegliere l’abito da indossare sul palcoscenico. Durante le prove di quei cinque giorni guardava solo per dieci minuti la sua coreografia che tentavamo, con tutte le forze, di non storpiare poi chiudeva gli occhi per riaprirli lentamente alla fine dell’esecuzione “Siete in ritardo”, diceva. Spesso i suo detrattori hanno definito le sue coreografie una sequenza di movimenti robotici senza alcuna espressività. La cosa vera era che fin dall’inizio della sua ricerca e del suo lavoro Cunningham abbandonò l’idea di raccontare con la danza una storia o delle emozioni, la musica, appunto, ma anche la scenografia erano elementi indipendenti (l’unico punto di contatto tra musica e danza era la durata) e ruppe con il tradizionale schema coreografico che prevede una parte iniziale, una centrale e un finale. “Tutto può seguire tutto”, diceva. La differenza principale con la danza classica e la modern dance era proprio in questa apparente illogicità nella progressione dei movimenti per cui non c’era un solo climax ma tanti ed era lo spettatore a decidere quale delle varie parti dello spettacolo erano il punto culminante e non come nel lago dei cigni dove tutti, più o meno, aspettano ansiosi di vedere il passo a due del cigno nero. Lo studio dello spazio era l’altra grande ricerca a cui Cunningham dedicò la sua vita: non c’è solo il centro del palcoscenico o il proscenio ma tanti punti che il danzatore deve scoprire mentre lo spettatore ha la facoltà di scegliere e di guardare i vari centri di attività che il signor Cunningham metteva a disposizione dell’occhio della platea. Fece esibire i propri danzatori in gallerie, musei, palestre, all’aperto, una volta anche a Piazza San Marco perché ovunque era possibile danzare o meglio, ovunque è possibile usare il proprio corpo, metterlo alla prova per “scoprire ogni giorno un passo nuovo e questo è il mio obiettivo”. Chissà ora cosa sta provando.

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uscito su Il Riformista il 28 luglio 2009

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