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Rafaela, fotografa a Kabul

agosto 23, 2009

Allego un’ articolo che  Rafaela Persson, fotografa svedese, ha scritto da Kabul per Il Riformista. Rafaela ha 31 anni e vive a Kabul con Jonathan il suo ragazzo anche lui photoreporter in queste ore embedded con l’esercito americano. Ci siamo consociute a New Delhi alcuni mesi fa: lei era venuta in India per allontanarsi un po’ dalle tensioni afghane. La sua, come quella di Jonathan è stata una libera scelta, vivere per un po’ a Kabul per fare esperienza e ampliare il proprio portfolio. Mi capita spesso di incontrare ragazzi come loro, anche italiani, e non smetto di sorprendermi dell’immensa passione e ambizione che li anima e spinge ad andare avanti.

Kabul. “Evitate per tutta la settimana la zona delle ambasciate. Limitate le uscite, fate scorta di cibo per altri 10 giorni”. Da un mese il messaggino del Centro di sicurezza di Kabul mi fa da sveglia: arriva sul mio cellulare afghano alle sette e mezza di mattina e viene rispedito identico alle 20. Per allentare un po’ la tensione che in vista delle elezioni si sente e si legge nei volti degli afghani e degli “expat”, (gli stranieri,ndr) a casa ci scherziamo sopra. Al primo a cui arriva l’sms tocca cucinare la cena: la fortuna deve avere un limite. Si, perchè questi messaggi possono salvarti la vita, è sufficiente una cattiva connessione o qualche altro problema tecnico che ritardi l’avviso del Centro e puoi essere spacciato, com’è successo a Misha, un ragazzo indiano di 31 anni fotografo freelance- come me – morto l’anno scorso in un mercato di Kabul. Sono venuta qui otto mesi fa, era inverno, una stagione giornalisticamente morta, nel senso che il periodo delle guerre in Afghanistan è la primavera. Ma proprio per questo motivo con Jonathan, il mio ragazzo, abbiamo pensato che fosse il momento migliore per ambientarci anche perchè non avremmo avuto molto concorrenza. E’ stato così, dopo un paio di mesi siamo riusciti a vendere le nostre foto al New York Times e Jon ha fatto un servizio per una rivista svedese dopo essere stato embedded con l’esercito americano nella provincia di Helmand. Gli amici che ho lasciato a New York dopo il diploma all’International Center of photography e i miei parenti a Lund, in Svezia dove sono nata, mi hanno sempre guardata un po’ perplessi e molti preoccupati per la scelta di venire a stare a Kabul. Anche io non sapevo cosa aspettarmi prima di partire: mi ero documentata abbastanza bene sull’Afghanistan anche per farmi venire qualche idea da seguire una volta qua, ma niente di più. L’unica persona a darmi dei consigli pratici, soprattutto su come vestirmi e comportarmi, è stata una fotografa americana che ha passato alcuni mesi nella capitale e che mi ha “regalato” il numero del fixer (un traduttore per la stampa estera, ndr) di cui ancora oggi mi servo. Quando esco, lui c’è sempre, ci deve essere: in Afghanistan il rischio numero uno sono i rapimenti il che significa che noi occidentali non possiamo girare da soli ed è una regola democratica perchè vale anche per gli uomini. Ma i fixer costano cari, in media 100 – 150$ al giorno con autista e pranzo incluso. Per me e Jon sono decisamente troppi quindi io cerco di limitare le uscite, massimo due volte alla settimana, e Jon passa molto tempo con l’esercito americano o francese. Le cosiddette “hard news” fanno sempre molta gola ai media il che significa soldi. Un’altra regola che il Centro ci ha consigliato di seguire nelle settimane calde delle elezioni è quella che loro chiamano la legge dei 15 minuti: se proprio siamo costretti a uscire non dobbiamo stare più di 15 minuti nello stesso posto. Ai taleban è sufficiente un lasso di tempo così breve per intercettarti e venire, diciamo così, a prelevarti. Non ho mai pensato di fare l’eroina, anzi mi ritengo una ragazza abbastanza cauta, ma questa regola non l’ho mai presa in considerazione. Non potrei mai lavorare in quindici minuti, tantomeno fotografare. Alcuni giorni fa ho fatto un conto dei minuti che passo a bere tè con le donne che fotografo, un rituale a cui è impossibile sottrarsi e un momento fondamentale per entrare in confidenza con loro, e mi sono resa conta che in sostanza spendo più tempo a sorseggiare lo shai, il tè verde, che a scattare! La solitudine è forse la mia bestia nera, la paura gradualmente sparisce mano a mano che prendi confidenza con il posto, impari a vestirti come loro, ti mescoli per quanto sia possibile alle altre donne, sai più o meno dove puoi muoverti e da dove, invece, devi stare alla larga, ma la gabbia, la mia stanza, diventa sempre più piccola quando dalla finestra vedi un mondo così diverso e interessante che si muove accanto a te”.

uscito su Il Riformista il 21 agosto 2009

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