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Katrina 4 anni dopo, Gwen torna a casa

settembre 10, 2009

foto di Thomas Neff

foto di Thomas Neff

Dal diario di Diana Breux. “New Orleans, 25 agosto 2005. Siamo in albergo da un paio di ore, siamo distrutti dalla stanchezza. La corsa in macchina, tra il traffico e l’ansia di arrivare a destinazione, ha messo a dura prova i nervi ma la stanza è abbastanza confortevole. Speriamo si risolva tutto in qualche giorno”. 
Spedita e senza mai prendere fiato, Diana Breux legge ad alta voce una pagina del suo diario datata 25 agosto di quattro anni fa, il giorno in cui con la famiglia abbandonò l’ abitazione, una villetta a due piani nella zona sud di New Orelans, per mettersi in salvo da Katrina. Tre giorni dopo l’uragano più micidiale nella storia degli Stati Uniti d’America si abbatté sulla “Crescent City” uccidendo 1.600 persone e radendo al suolo oltre 200.000 edifici. La famiglia di Diana rimarrà in albergo per una settimana per poi essere trasferita nella stazione della polizia del Quinto distretto. “Lungo la strada abbiamo visto uno scenario degno di Armageddon”. Una volta sistemati, Diana e il marito furono assaliti dalla preoccupazione di cosa avrebbero mangiato quella sera, quella successiva e per tutta la settimana. Il problema fu risolto dalla Fema, la Protezione civile americana, che autorizzò la confisca di beni di stretta necessità in alcuni negozi. “La polizia ci disse che potevamo andare da Walmart a confiscare del cibo”, si ferma un attimo e poi aggiunge “ma io ho preso solo lo stretto necessario, you know what I’m saying”, mi capisci? I capitoli successivi nella storia di Diana sono stati il divorzio dal marito e il trasferimento in uno dei 134.000 container messi a disposizione da Fema. Il container Fema, sessanta metri quadri di spazio, un bagnetto e un cucinotto “in cui era quasi impossibile cucinare per quanto fosse piccolo e dove la privacy non esisteva” diventa la casa dei Breux fino al gennaio 2009; per quasi due anni, Diana e i tre figli hanno vissuto tra quattro lamiere di acciaio patendo il caldo d’estate e il freddo nei mesi invernali. “Per Anthony, mio figlio più piccolo, era impossibile studiare in quello spazio così angusto, allora andava nella vecchia casa che stavamo ristrutturando”. Anthony  si era trovato un angolo in cui si metteva a fare i compiti e, come un piccolo amanuense, rimaneva lì fino al tramonto del sole. Durante i diciotto mesi nel container, Diana riceve i fondi di Road Home, il più grande programma di ricostruzione edilizia che il governo federale abbia mai approvato; sono 19.000 dollari, non molti ma insieme all’assicurazione sulla casa sarebbero stati sufficienti per rimettere in piedi la villetta. Purtroppo però Diana viene raggirata da due imprese appaltatrici contattate per la ricostruzione della casa che le fanno spendere  60.000 dollari senza completare i lavori. “Se non fosse stato per Rebuilding Together ora staremmo ancora nel container”. L’associazione RT la mette in contatto con le persone giuste che a un prezzo ragionevole riescono finalmente a sistemarle l’abitazione. Senza un uomo in casa, Diana ha imparato a essere autosufficiente, a non lamentarsi, a smettersi di chiedere perchè è viva e se non abbia preso il posto di un qualcun altro. “Ormai credo solo nell’ auto prevenzione, l’errore più grande è starsene seduti ad aspettare l’aiuto del governo”. Diana spiega che da quel terribile giorno, in un cassetto della sua stanza tiene una scatola con i documenti più importanti e ha una carta di credito che usa solo in caso di necessità, “se un’altra Katrina dovesse venirci a fare visita, prendo queste cose e scappo con i miei figli. Niente è più importante della vita”.
“Sono pienamente d’accordo con Diana” dice Gwendolyn Adams “nothing is more important than life!”. La signora Adams ha 57 anni e sta per ricevere in mano le chiavi della sua casa che si trova nella parte opposta rispetto a quella di Diana; la gioia è incontenibile. Con suo marito ha aspettato quattro anni per poter rimettere piede nel proprio appartamento. La storia di Gwendolyn è un po’ diversa da quella di Diana: lei è riuscita a ricostruire da cima a fondo la sua abitazione, completamente rasa al suolo dall’uragano, grazie ad una raccolta fondi organizzata dalla National Home Building Association. “Il giorno dopo Katrina i prezzi degli affitti salirono improvvisamente alle stelle e noi non avevamo abbastanza soldi quindi siamo andati da alcuni parenti in Mississippi”. Dopo quattro anni di attesa Gwendolyn non vede l’ora di stringere tra le mani le chiavi di casa che la National Home Building le consegnerà a giorni. “Sono stata di recente a New Orleans. La situazione è ancora in alto mare; secondo me ci vorranno almeno altri quattro anni perchè New Orelans ritorni al pre-Katrina”.
Gwendolyn e Diana non si sono mai conosciute ma, si sa, le storie dei sopravvissuti si sfiorano e si intrecciano e, seppur diverse tra loro, hanno un tratto in comune: la loro vita è stata violentemente interrotta, è rimasta sospesa per alcuni giorni e poi è ripresa, e loro, “i fortunati”, come spesso si autodefiniscono, distinguono la vita di prima e la vita di ora. Dopo quattro anni Katrina sembra una compagna nefasta di cui nessuno ancora riesce a disfarsi; l’assenza di amici e famigliari, le case, le scuole, gli ospedali ancora fatiscenti, le cerimonie e gli anniversari organizzati dal Comune di New Orelans, impediscono ai salvati di dimenticare i sommersi. “Anche se vorrei tanto” ha spiegato Diana e Gwendolyn, dall’altra parte della città, risponde, “purtroppo non dimenticheremo mai” .

pubblicato su Il Riformista il 10 settembre 2009

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