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“Obama come JFK e Kabul somiglia a Hanoi” intervista a Gordon Goldstein

ottobre 13, 2009

pubblicato su Il Riformista del 13 ottobre 2009

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A otto anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, secondo un’ analisi pubblicata ieri dal New York Times, l’invio di centinaia di civili ordinato da Obama nel marzo scorso si sta rivelando fallimentare. Le fragili istituzioni afgane non reggono al radicato clientelismo e al valzer di mazzette dei signori della guerra, l’elezioni del 20 agosto potrebbero essere dichiarate illegittime in seguito alla scoperta di brogli che le Nazioni Unite per eccesso di cautela hanno tardato a ufficializzare e il sistema giudiziario è talmente inefficiente che molti afgani gli preferiscono le sedicenti corti di giustizia dei taleban. Gordon M. Goldstein esperto di politica estera, ex consigliere alle Nazioni Unite e autore di “Lessons of disaster”, il libro che il Presidente americano e i suoi collaboratori tengono sulla scrivania ormai da settimane, spiega che per sradicare la corruzione in Afghanistan “non sono sufficienti 6 o 8 mesi ma anni” e riguardo alle frodi elettorali, amareggiato, dice che “ le Nazioni Unite così rischiano di perdere credibilità”.
 
 
La corruzione dilaga in Afghanistan e il Presidente Obama non ha ancora reso pubblica la strategia militare della Casa Bianca. Qual è la sua opinione della politica di Obama in Afghanistan?
 
L’Afghanistan è un paese molto complicato da gestire, sia dal punto di vista civile sia da quello militare. Lo sviluppo economico e il rafforzamento delle istituzioni sono obiettivi impossibili da realizzare in pochi mesi perché ci vogliono anni, forse decenni. Si pensi, ad esempio, che in termini di infrastrutture, economia e istituzioni politiche l’Afghanistan è secoli dietro all’Iraq. 
 
 
Nel suo libro ha scritto che il Presidente Kennedy decise di non dare ascolto ai suoi collaboratori militari quando ordinò di ridurre l’impegno americano in Vietnam. Obama evoca in molti il modo di fare politica di JFK. Secondo lei Obama darà ascolto alla richiesta di McChrystal?
 
Sarei cauto nel fare delle previsioni. Ma su un fatto siamo ben informati e cioè su come il Presidente si sta muovendo in questo difficile processo decisionale. Nel 1961 Kennedy ricorse ad un approccio attento e cauto quando valutava i consigli dei suoi militari. Obama sta affrontando questo momento delicato con la stessa strategia di Kennedy. Il Presidente sta passando al vaglio, con la massima attenzione, tutte le ipotesi che sono sul tavolo. Detto ciò, va ricordato che il generale McCrystal non è l’unico giocatore della partita e soprattutto la regola per cui “i consiglieri consigliano ma è il Presidente a decidere”.
 
Lei è stato consigliere delle Nazioni Unite. L’ONU ha impiegato settimane prima di dichiarare l’esistenza di frodi elettorali nelle elezioni. Non ritiene che il Palazzo di vetro stia perdendo credibilità?
 
Si, certamente, in Afghanistan le Nazioni Unite rischiano di perdere credibilità. La situazione a questo punto si complica.  Non sono un esperto di elezioni, ma so che nel caso in cui le elezioni del 20 agosto venissero dichiarate illegittime dovremmo probabilmente aspettare l’inizio della prossima primavera perché si torni alle urne. L’inverno in Afghanistan è molto rigido e le operazioni sarebbero ancora più difficili da controllare.
 
 
Hillary Clinton in un’intervista alla BBC ha dichiarato “gli Stati Uniti si aspettano molto di più da Karzai” ma, nel caso in cui l’ex Presidente risultasse il vincitore, sarebbe un partner affidabile?
 
Come dice lei, il punto è se Karzai risultasse il vincitore. Abbiamo dei risultati illegittimi e non abbiamo ancora un vincitore. Chi sia il leader afgano non è ancora chiaro e questa di certo non è una buona notizia per gli Stati Uniti.
 
Il Vietnam appare una metafora malleabile: durante l’era Reagan veniva paragonato al Libano, nell’era di George W.Bush all’Iraq, ora all’Afghansitan. Quali sono le similitudini tra Vietnam e Afghanistan?
 
Ci sono quattro fondamentali punti di connessione tra le due guerre. Uno è storico: sia l’Afghanistan che il Vietnam sono da considerare come tombe degli imperi. Nessuno è riuscito a conquistare l’Afghanistan, né Alessandro il Grande, né gli inglesi e i sovietici e anche gli americani stanno avendo non poche difficoltà. Stesso discorso per il Vietnam. Un’altra importante connessione tra i paesi è la natura geografica, tutte e due hanno confini con stati che sono santuari attività terroristiche: nel caso del Vietnam era il Nord del Vietnam mentre per l’Afghanistan è il Pakistan. Il terzo punto riguarda la radicata corruzione delle istituzioni afgane e vietnamite. L’ultimo parallelo è, invece, di natura militare: in Vietnam ricorremmo ad una strategia del “clear and hold” in Afghanistan, il Generale McCrystal parla di operazioni “clear, hold and build”. 
 
 

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