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Un esercito sull’orlo di una crisi di nervi

novembre 7, 2009

uscito su Il Riformista del 7 novembre 2009

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Nidal Malik Hasan è vivo, “è attaccato a un respiratore ma le sue condizioni sono stabili” ha detto il generale Bob Cone durante una conferenza stampa. Il 39enne nato in Virginia da genitori palestinesi e psichiatra della base americana di Fort Hood, in Texas, si trova sotto stretto controllo medico e militare perché se ne esce vivo, è l’unico che potrà dare delle risposte a “questo orrendo gesto di cui ancora sappiamo troppo poco” come l’ha definito il Presidente Barack Obama che ieri mattina ha fatto un breve appello alla Nazione invitando a mantenere la calma e a “non saltare a conclusioni affrettate”. Tutta l’America è alla ricerca disperata di una risposta mentre investigatori e media, cercano di ricostruire le dinamiche della strage e di trovare indizi sulla vita personale di Hasan che giovedì pomeriggio alle 14.30 ora locale ha scaricato il suo fucile addosso ai suoi commilitoni, uccidendone tredici e ferendone 30. Intervistato dalla NBC, il generale Cone ha riferito che, stando alle testimonianze di un gruppo di militari presenti sulla scena del massacro, Hasan avrebbe sparato all’impazzata mentre gridava “Allah Akbar”, “Dio è grande”, e ha aggiunto che sei mesi fa l’attentatore di Fort Hood aveva attirato l’attenzione del FBI dopo un messaggio su Internet apparso col nome di “Nidal Hasan” in cui aveva paragonato i terroristi suicidi islamici ai kamikaze giapponesi della seconda guerra mondiale. Il lavoro di Hasan nella base americana, la più grande negli Usa in cui vivono oltre 53.000 militari e civili, era quello di curare i soldati traumatizzati dall’esperienza dalla guerra e che, a distanza di poco tempo, erano spesso obbligati a rivivere. Alcuni, tra cui la famiglia dello psichiatra che si è detta “sconvolta” per l’accaduto, ritengono che siano state proprio le drammatiche testimonianze dei soldati di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan, dove era previsto che Hasan sarebbe stato inviato nelle prossime settimane e la sua contrarietà alla guerra “di cui tutti erano a conoscenza a Fort Hood” ha spiegato il generale Cone, ad aver destabilizzato la mente dello psichiatra, laureato in biochimica al Virgina Tech, teatro di un massacro nel 2007, specializzato alla “Herbert School of Medicine” a Bethesda nel Maryland e insignito di tre riconoscimenti per la sua professione medica. La strage di Fort Hood obbliga gli americani e l’Amministrazione in carica a guardare in faccia un problema, di cui spesso e volentieri anche i media mainstream non amano parlare per evitare di abbassare il morale delle truppe: la condizione dei veterani, che nella maggior parte dei casi si portano a casa quel disturbo che in gergo medico viene indicato con una sigla oscura, PTSD, disturbo post-traumatico da stress, comunemente nota anche come nevrosi da guerra. Nonostante la presenza di un’ampia letteratura che affronta le drammatiche conseguenze che i veterani del Vietnam hanno vissuto sulla propria pelle, per la generazione dell’11 settembre, quella che ora sta combattendo in Iraq e in Afghanistan, si tratta di un’esperienza sconosciuta che una volta all’anno, l’11 novembre, viene ricordata nella cerimonia del Veterans’ day, voluta dal Presidente Eisenhower per ricordare le fatiche e i dolori dei combattenti americani nelle guerre mondiali. Dopo molti anni di lunghe guerre, il logoramento fisico e psichico delle truppe americane che combattono su multipli fronti sempre in prima linea e che, il più delle volte, vengono ribalzate a breve distanza temporale dall’Iraq in Afghanistan e viceversa, diventa difficile da nascondere; il numero di suicidi, di soldati affetti da disturbi post-traumatici da stress, l’abuso di alcol e di droga, eroina e cocaina nella maggior parte dei casi, è in drammatica ascesa e un problema che l’attuale Amministrazione Obama dovrà prendere in considerazione prima di decidere sull’invio di altri 40.000 soldati in Afghanistan. Secondo un rapporto dell’organizzazione Rand, quest’anno sono stati commessi 117 suicidi, dieci di questi sono avvenuti proprio a Fort Hood in cui, dal 2003, più di 75 militari (i numeri devono essere ancora confermati) si sono tolti la vita. In totale viene stimato che circa il 30% dei soldati che ritornano dal fronte soffrono di nevrosi da guerra che nei migliori di casi se non curati in maniera appropriata si trasformano in depressione e in altri traumi “più leggeri come la dissociazione dalla realtà” spiega l’analisi.  Il caso di Nidal Malik Hasan è, nella sua disperazione, molto esplicativo: la guerra non risparmia nessuno, neanche chi non l’ha vissuta direttamente ma solo attraverso le parole degli altri che, come si usa fare qui, oggi verranno onorati in tutte le basi americane nel mondo con un minuto di silenzio e con la bandiera a mezz’asta.

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