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Da Harvard arrivano le neo-femministe

novembre 15, 2009

uscito su Il Riformista del 15 novembre 2009

BE061623

26 Agosto 1970, Manhattan, New York, la marcia delle 20.000. Foto Bettmann/Corbis

Ad Harvard da un po’di tempo tirano venti rivoluzionari da anni’70. Due fazioni, ben organizzate e radicate tra le studentesse modello del più antico e prestigioso ateneo americano, si contendono il titolo di “femministe doc” e lo fanno combattendo sullo sdrucciolevole e pericolante terreno del sesso. A richiamare le ragazze alle armi, in nome di una rivoluzione post-femminista o di un degno sequel alla liberazione sessuale degli anni’ 70, è stato il gruppo “True Love Revolution”, un club fondato tre anni fa da giovani donne stufe di passare da un letto al altro e convinte assertrici dell’astinenza dal sesso. “Se le donne riusciranno ad avere il controllo sulla loro vita sessuale” ha scritto Silpa Kovvali, capo del gruppo TRL, sul Harvard Crimson il giornale dell’Università, “allora ritroveranno la propria identità e la fiducia in loro stesse”. L’editoriale della Kovvali, un po’ di tempo fa, mise in allarme le femministe dell’Università americana con cui ci fu inizialmente un civile e pacifico scambio di opinioni. La bomba è stata innescata quando, sempre dalle pagine del Harvard Crimson, il club TRL ha scritto che “scegliere l’astinenza significa essere delle vere femministe”. Da quel momento i botta e risposta tra i due partiti sono diventati sempre più acrimoniosi e i colpi bassi si sono susseguiti senza tregua. Le affermazioni della Kovvali e delle altre ragazze pro-astinenza sembrerebbero aver riportato in vita, all’interno di un’università celebre per lo studio indefesso e non certo per le velleità rivoluzionarie dei giovani, l’interrogativo sull’essenza stessa della rivoluzione sessuale che per molti era morto e sepolto da decenni. Vale a dire, essere donne libere significa essere in grado di dire sì? O significa dire di no? Ma a guardar bene, il problema da cui partono le lotte intestine tra le universitarie è un altro: secondo alcuni dati pubblicati da Newsweek, l’80% dei ragazzi e delle ragazze intervistate a Harvard non ha avuto nessun o al massimo un partner durante l’anno accademico 2008-2009 e nonostante questo la stessa percentuale di giovani universitari ha dichiarato di “essere sinceramente oppresso dalla cultura onnipresente e dominante del rimorchio”. Dunque la radice del problema starebbe in una generale insoddisfazione sessuale molto diffusa tra gli studenti e nella assenza di seri dibattiti sul problema. Alcuni mesi fa è nato un sito web chiamato “Harvard FML” che sta per Fuck My Life, sì proprio così, in cui decine di ragazzi e ragazze raccontano le proprie esperienze di letto, nella maggior parte dei casi si tratta di “one night standing” o di mancate opportunità dettate da varie ragioni, in genere, è la mancanza di tempo per lo più dedicato a studiare o una gran dose di timidezza. Alcuni esempi. Una ragazza al secondo anno di legge scrive “Sono una cristiana credente e praticante ma non riesco più a contenere i miei desideri sessuali”, un quasi laureando in medicina chiede consigli agli avventori del sito “non è possibile sto perdendo gli anni più belli della mia vita sui libri. Non mi porto a letto una ragazza da mesi, voi come fate a rimorchiare e essere promossi ogni semestre?” e mentre una diciannovenne dice “Ieri notte ho ballato e mi sono baciata con molti ragazzi. Tutti tranne quello che mi interessava veramente e lui era lì a guardare la scena”, un’altra scopre di essere incinta di un compagno di facoltà e non sapendo come dirglielo in faccia preferisce scriverlo su internet. Questo piccolo spaccato di vita universitaria americana ha risvegliato la necessità di parlare di educazione sessuale anche tra giovani adulti “Lo studente universitario medio si sente depresso quando pensa al sesso” scrive Donna Freitas, docente alla Boston University e autrice del libro “Sex and the soul” “le ragazze devono avere l’opportunità di raccontare i veri bisogni e dire cosa si aspettano dal sesso e da una relazione, senza che si sentano derise dai compagni”. Già, forse, le giovani neo-femministe americane dovrebbero ripartire proprio da qui. 

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