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Per i soldati suicidi nessuna lettera da Obama

novembre 28, 2009

L'ultimo abbraccio di Jannett Keesling al figlio Chancellor

uscito su Il Riformista del 28 novembre 2009

 “L’ultima volta che ho parlato al telefono con mio figlio gli ho detto, devi essere un uomo e superare i tuoi problemi. Mi sono reso conto troppo tardi quanto fossero sbagliate quelle parole”. Gregg Keesling, padre del 25enne riservista Chancellor Keesling che si è tolto la vita in Iraq nel maggio scorso, non si dà pace per non aver capito che “i problemi” del figlio, quelle che una volta venivano definite “fatiche da battaglia”, erano ferite serie e profonde- quanto una gamba rotta-ma invisibili a occhio nudo. “Se mi avesse detto, papà ho il cancro non posso tornare a combattere, avrei capito ma non è stato così. So di essere stato uno stupido”. Da allora sono passati sei mesi e 20 giorni, la famiglia Keesling riceve ancora lettere dall’agenzia dei Veterani a cui risulta che il riservista speciale Chancellor Keesling sia vivo. E va bene, seppur doloroso, i Keesling comprendono che l’ipertrofia della burocrazia produce spesso errori grossolani, ma ciò che ha scioccato la famiglia di Chancellor è stata un’altra vicenda. Tra le varie missive di familiari, amici, o dei genitori di altri militari suicidi che Greg e la moglie Jannett ricevono nella loro casa a Indianapolis non ne è mai arrivata una, la più attesa, quella che, forse, avrebbe regalato più sollievo. “Dopo la tragedia di nostro figlio ci aspettavamo una lettera di condoglianze da parte del Presidente Obama ma dagli uffici dell’esercito ci hanno spiegato che le famiglie di coloro che si sono tolti la vita in guerra non godono di questo diritto”. Si tratta di una prassi che, secondo alcuni funzionari militari intervistati dal New York Times e che hanno voluto mantenere l’anonimato, ha preso piede durante l’Amministrazione Clinton e la cui ratio è, purtroppo, facilmente intuibile: il suicidio viene considerato come un modo poco onorabile di morire per cui non è degno di riconoscimento da parte del Presidente che, negli Stati Uniti, è anche il Commander in Chief, il Capo di tutte le forze militari. Dai tempi di Abramo Lincoln e della guerra di secessione i Presidenti americani scrivono di proprio pugno le missive per confortare i familiari dei deceduti in guerra e, soprattutto,  per mandare un segnale forte della presenza della Nazione che onora e ricorda degnamente  i suoi “brothers in arms”.

  Ma le famiglie dei 140 militari che, stando al generale Peter W.Chiarelli Vice Capo dell’esercito americano, da gennaio a ottobre 2009 si sono tolti la vita non riceveranno nessun conforto da Obama. “Chiediamo al Presidente di rivedere questa terribile prassi” ha spiegato la signora Keesling durante un’intervista con l’organizzazione Democracy Now “nostro figlio, come tanti altri, ha sacrificato la sua giovane vita per gli Stati Uniti d’America ed è giusto che gli venga riconosciuto”. Dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che “l’Amministrazione sta prendendo in considerazione il problema delle lettere di condoglianza alle famiglie dei ragazzi che si sono tolti la vita” ha dichiarato il portavoce Tom Vietor “il Presidente è vicino con pensieri e preghiere a tutti coloro che hanno perso i loro cari in guerra”. Ma a pochi giorni dall’attesa dichiarazione di Obama di inviare altri 35.000 soldati in Afghansitan e dopo la sparatoria del Maggiore Malik Hasan a Fort Hood in Texas i cui moventi sono ancora da chiarire, la storia personale e militare di Chancellor è una macchia sul vestito pulito del quasi-perfetto Presidente americano e un machete che rischia di far saltare qualche testa importante dell’esercito Usa. Il riservista fu chiamato la prima volta in Iraq sei anni fa ma fu rispedito a casa dopo che gli era stata diagnosticata il DPTS, il disturbo post traumatico da stress. Due anni dopo il suo ritorno a Indianapolis, l’esercito, a corto di militari, decide di richiamare Chancellor che dopo un iniziale rifiuto si convinse che “il suo dovere era quello di difendere il suo Paese” ha spiegato il padre. Ma le ferite del giovane soldato erano ancora lì e non erano mai state adeguatamente curate, un po’ per ignoranza e un po’ per negligenza degli apparati militari. L’ultima mail viene scritta dal ragazzo 17 ore prima di uccidersi con la sua carabina M4: i genitori inondano di telefonate gli uffici americani a Baghdad per avvertire delle intenzioni del figlio ma non riescono a comunicare con nessuno. “Con queste righe vorrei portarvi un po’ di sollievo, anche se il conforto totale non è possibile perchè solo il tempo vi aiuterà”, scriveva Lincoln il 23 dicembre 1862 in una lettera di condoglianze. I Keesling non chiedono molto al loro Presidente, “poche parole che ci aiuterebbero ad andare avanti”.

 

 

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