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“Salverò le Maldive” intervista al Presidente Nasheed

dicembre 8, 2009

uscita sull’Espresso del 4 dicembre 2009

Foto di Chiara Goia

A settembre all’apertura dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, subito dopo l’intervento di Barack Obama, un uomo dalla corporatura all’apparenza gracile si avvicinò al microfono e tuonò contro i suoi colleghi Presidenti, “Voi non volete ascoltare”. Mohammed Nasheed, eletto un anno fa Presidente delle Maldive, giura di rifarlo il prossimo sette dicembre al G8 sull’ambiente se a Copenaghen non verrà raggiunto un qualche accordo. 42 anni, primo Presidente delle Maldive a essere stato eletto democraticamente dopo 30 anni di dittatura imposta da Maumoon Abdul Gayoom, Anni, come lo chiama la sua gente, è stato un feroce critico del regime. Viene arrestato per la prima volta a 24 anni dopo aver denunciato in un articolo i metodi  repressivi utilizzati dal dittatore maldiviano e per questo verrà tenuto in isolamento per 18 mesi. Da allora e per i successivi 14 anni, Nasheed entrerà e uscirà dalla prigione di Male, la capitale delle 1.192 isole da sogno dell’Oceano Indiano, subendo torture come la privazione di acqua e, spesso, costretto ad alimentarsi con pane e vetro. Dopo aver fondato nel 2003 il partito democratico maldiviano e aver vinto le elezioni nel novembre 2008, Nasheed ha fatto della battaglia verde il punto centrale della sua agenda politica ed è stato per questo nominato da Time magazine eroe 2009 della politica ambientale L’obiettivo che il Presidente maldiviano si è preposto è ambizioso: salvare le sue isole dall’innalzamento del mare che in cento anni potrebbero scomparire dalla Terra. “Anche se siamo un piccolo Paese”, spiega Nasheed seduto nel patio della sua residenza a Male,“vogliamo contribuire non solo al risanamento del clima e dell’ambiente ma anche ad una crescita morale delle dirigenze politiche”.

 Presidente, la sua vita è un esempio di determinazione e di successo. Arrestato e torturato dalla dittatura di Gayoom, da un anno è a capo del suo Paese. Cosa le ha dato la forza di andare avanti?

 Non ho mai smesso di pensare ai grandi del mondo, quelli che per me sono diventati dei modelli e fonte di ispirazione come Gandhi e Nelson Mandela. Ho dedicato molto tempo anche alla lettura  dei testi di Gunter Grass, Salman Rushdie e Gabriel Garcia Marquez. Sono sempre stato un grande appassionato di libri anche se ora ho poco tempo, cerco di ritagliarmi un’ora al giorno -in genere tra le 5 e le 6 di mattina- per leggere un po’. Alcuni miei punti di riferimento, come il favoloso “Barone rampante” di Italo Calvino, non esistono nella realtà ma solo nella letteratura e nel mondo fantastico. Ciò non toglie che mi abbiano insegnato molto sulla vita.. Poi ci sono le mie due figlie e mia moglie che non voglio trascurare: cerco di fare colazione e di passare più tempo possibile con loro. Ogni tanto riesco anche ad accompagnare la più grande a scuola e la più piccola al corso di tennis,è un modo per fare una passeggiata e due chiacchiere, raramente utilizzo la limousine presidenziale.    

 Presidente, secondo alcune ricerche, entro cento anni le Maldive scompariranno  sotto il livello del mare. Lei propone di acquistare ettari di terreno nei paesi confinanti come Australia e India per procedere ad un graduale dislocamento di  quasi 400.000 maldiviani. Si tratta di una soluzione attuabile?

 Quello che voglio dire è che questo problema esiste e va affrontato. Tra cento anni forse ci ritroveremo in una situazione in cui oltre un terzo della popolazione verrà  espropriato dalle terre e le persone migreranno da un luogo all’altro. Tra questi ci saranno i nostri pro nipoti. Se siamo veramente degli uomini e delle donne responsabili dobbiamo affrontare questo argomento oggi. Non sto proponendo di comprare terreno e di dislocare persone, non sto avanzando alcuna proposta se non quella di confrontarci su questo tema. Proviamo a definirne i parametri, cerchiamo di capire perché potrebbe verificarsi una situazione del genere. Davanti a noi abbiamo dipinti tutti gli scenari futuri sul clima, sulla natura e via dicendo. Ma cosa succederà alle persone? Quello che vorrei è che si aprisse un dibattito sull’eventualità che milioni di cittadini, tra cento anni, possano ritrovarsi senza la propria terra.

 Recentemente ha promesso che nel giro di un decennio convertirà l’intera produzione elettrica delle Maldive alle energie rinnovabili. Come raggiungerà questo obiettivo?

 Il progetto principale su cui stiamo lavorando è la costruzione di un parco eolico che una volta portato a termine, si pensa tra circa 20 mesi, farà delle Maldive il Paese con la più alta percentuale di energia rinnovabile nel mondo. Il parco composto da 30 turbine eoliche di ultima generazione verrà costruito vicino a Male, la capitale, e consegnerà 75 megawatt di energia elettrica a pieno regime, sufficiente per fornire energia elettrica per tutta la capitale, l’aeroporto internazionale e i villaggi circostanti. L’eccesso di energia, prodotto ad esempio quando c’è molto vento, verrà poi utilizzato negli impianti di dissalazione per ricavarne acqua potabile.

 Sembra un progetto imponente per il piccolo Stato delle Maldive. Dove troverete le risorse economiche?

 L’accordo ventennale da 200 milioni di dollari che la Stelco, la nostra società di energia elettrica e l’americana  Falcon Energy hanno chiuso poche settimane fa ci renderà molto meno dipendenti dal gas che regolarmente importiamo e ci permetterà di risparmiare all’incirca 40 milioni di dollari. Abbiamo in cantiere altri progetti grazie ai quali finanzieremo il parco eolico. Poi a gennaio entrerà in vigore una legge approvata poche settimane fa dal Parlamento che prevede il pagamento di tre dollari (due euro, ndr) per ogni turista. Il mio obiettivo è quello di trasformare le Maldive in un luogo dove sperimentare, costruire e investire sulle energie rinnovabili.

 Lei lavora senza sosta 18 ore al giorno affinché le Maldive diventino il Paese modello in fatto di politica ambientale e per questo sta ricevendo una copertura mediatica degna di un grande leader. Questa pressione la aiuta nel conseguimento dei suoi obiettivi?

 Dipende. I media fanno il loro lavoro e io tento di non venirne inghiottito. Non leggo sempre tutti i giornali, i miei collaboratori mi fanno un briefing ogni mattina ma ascolto tutti i giorni la radio, la BBC e le stazioni indiane, un’ abitudine che avevo quando ero in carcere e che ho voluto mantenere. Negli ultimi tempi mi sono accorto quanto possono essere nocive le notizie riportate male o distorte. Ad esempio, molti hanno pensato che il Consiglio di Gabinetto sott’acqua organizzato nell’ottobre scorso fosse solo una trovata pubblicitaria. In realtà dietro questo gesto spettacolare c’era la volontà di ricordare al mondo che il mio Paese è seriamente in pericolo in vita.

 Passando a Copenaghen, il G8 sembra avere una gestazione complicata. Si arriverà ad un accordo?

 Un qualche accordo si raggiungerà anche se, di certo, non risponderà a tutti gli obiettivi che io, come Presidente di un Paese che rischia la propria esistenza, mi sono prefissato. Copenhagen sarà una tappa necessaria per una reciproca comprensione, utile a stabilire dei parametri e entrare, eventualmente, anche nel dettaglio del problema. Anche se siamo un piccolo Paese noi ce la metteremo tutta: vogliamo contribuire non solo al risanamento del clima e dell’ambiente ma anche ad una crescita morale delle dirigenze politiche.

 Nella sua visita a New York ha incontrato molti suoi colleghi. Chi l’ha colpito di più?

 Ho molta stima e fiducia in Barack Obama anche il Presidente francese Nicolas Sarkozy mi è apparso sinceramente interessato al tema del cambiamento climatico e quel giorno il suo discorso è stato molto convincente. Il governo indiano mi sembra più coinvolto rispetto al passato. Ho avuto l’occasione di incontrare più volte il Primo Ministro Manmohan Singh che ha ribadito con forza l’impegno dell’India, (il terzo Paese dopo Cina e Stati Uniti a emettere più biossido di carbonio, ndr), ad approvare una legislazione ambientale più responsabile e efficace.  

 

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