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“Bisogna aiutarli non attaccarli”. Intervista a Barbara Bodine ex ambasciatrice dello Yemen

gennaio 5, 2010

uscito su Il Riformista del 5 gennaio 2010

Foto Afp/Getty

Sanaa, AFP/Getty

Lo Yemen è un Paese fragile ma non al collasso. Da almeno 15 anni il governo si sforza, con le poche risorse a disposizione, di portare avanti la guerra al terrorismo”. Barbara Bodine è stata ambasciatrice americana nello Yemen dal 1997 al 2001. Era nel suo ufficio a Sanaa quando nel 2000 una fiancata del cacciatorpediniere USS Cole che si trovava nel porto di Aden, fu fatta saltare in aria da un attacco di Al-Qaeda uccidendo 17 marinai americani. Bill Clinton, allora Presidente degli Stati Uniti, decise di non intervenire militarmente e fu per questo molto criticato. “Clinton fece la cosa giusta” racconta la Bodine “Anche Obama finora si sta comportando nel modo corretto perché bisogna aiutare il governo yemenita nella lotta al terrorismo non attaccarlo”.

Due giorni fa l’ambasciata americana a Sanaa è stata chiusa. Ambasciatrice non ritiene che in questo modo si è inviato un segnale di debolezza ai terroristi?

La chiusura di un’ambasciata in un determinato contesto è un misura cautelativa non è nulla di definitivo e catastrofico tant’è che i funzionari e l’ambasciatore sono ancora nel Paese. Ed è probabile che venga riaperta entro alcuni giorni.

Lei ha vissuto e lavorato in Yemen per molti anni. In una recente intervista ha definito lo Yemen uno Stato fragile ma non al collasso. Che cosa intende?

Lo Yemen è un Paese poverissimo, tra le 20 nazioni più povere al mondo. E’ poco più piccolo della Francia ma non ha fiumi ne laghi, la siccità è infatti un problema gravissimo. Inoltre la produzione di petrolio è nettamente inferiore se paragonata a quella degli altri Paesi della regione, il tasso di crescita della popolazione è sempre alle stelle mentre quello di alfabetizzazione è preoccupante. Dal punto di vista dell’ organizzazione politica e sociale, lo Yemen non va confuso con l’Iraq o l’Afghanistan in cui le divisioni settarie spesso incentivate dai  “signori della guerra” sono la peculiarità, in negativo, di questi due Paesi.

In che modo Al-Qaeda è presente in Yemen?

Al-Qaeda è presente nello Yemen, come in Algeria o in Somalia. Ma bisogna spiegare che le menti e il managment del gruppo di Osama Bin Laden non si trovano nella repubblica yemenita dove operano i cosiddetti “foot soldiers” e non la dirigenza che si trova in Arabia Saudita, Afghanistan e Pakistan. Nulla toglie che anche essi rappresentino una minaccia seria e pericolosa per l’Occidente che lo stesso governo yemenita non ha mai trascurato.

Su Foreign Policy il professore Marc Lynch spiega che la lotta ad Al Qaeda non è la priorità numero uno del governo del Presidente Saleh. Lei è d’accordo?

Si è vero. Il governo yemenita ha tre sfide in corso. La prima è sedare la rivolta degli Houthi nel nord del paese che dal 2004 rischiano di compromettere la sopravvivenza del Paese. La seconda riguarda i movimenti separatisti nel sud e terzo Al-qaeda e la lotta alle cellule terroristiche. Mettere al terzo posto la battaglia contro il terrorismo non significa trascurarla. Fino ad ora al –Qaeda e i suoi affiliati sono stati percepiti come un problema esterno, non esistenziale seppur molto pericoloso.

Dopo lo sventato attacco sul volo Delta, il governo yemenita potrebbe essere costretto a rivedere questa scala di priorità.

Non credo e le spiego perché. Da 15 anni in Yemen le istituzioni del Paese, per quanto possono, cercano di debellare il terrorismo. Spesso però non ci sono sufficienti risorse. Quando ero ambasciatrice, ad esempio, gli Stati Uniti assistevano lo Yemen con circa 50 milioni di dollari all’anno, durante l’era di George W. Bush gli aiuti finanziari si ridussero a 20 milioni e ora, mi è stato raccontato da fonti autorevoli, sono 40 milioni. Il governo yemenita ha  buone intenzioni ma poche risorse per combattere al-qaeda.

Gordon Brown ha lanciato un summit sulla sicurezza a fine mese. Joe Lieberman ha avvertito che nello Yemen si potrebbe aprire un terzo fronte di guerra. Ritiene siano delle reazioni esagerate che potrebbero giocare a favore dei terroristi?

Per quanto riguarda il summit proposto da Brown, non ho molte informazioni al riguardo anche se non capisco quale sia l’obiettivo. Mentre secondo me coloro che negli Usa stanno già parlando di terzo fronte, di invio di truppe o di lancio di droni, sono degli irresponsabili. Il Presidente Obama ha fatto bene a mantenere la calma e dichiarare che aiuterà lo Yemen. Lo Yemen è un Paese sovrano e intervenire militarmente sarebbe un errore gravissimo.

Anche Bill Clinton nel 2000 decise di non intervenire militarmente dopo l’attacco alla USS Cole ma poi fu molto criticato.

Clinton fece molto bene. Si chiese “ma chi attacchiamo? dove si trova il nostro nemico?”. Nei momenti di crisi è necessario ricorrere alla calma che non significa passività ma concentrazione su obiettivi a lungo termine.

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