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Addio visioni è tempo di realpolitik. Obama cambia il suo speechwriter per gli esteri

gennaio 15, 2010

uscito su Il Riformista del 15 gennaio 2010

“E’ ben scritto ma…”. La puntigliosità di Barack Obama nella stesura dei suoi discorsi non è una leggenda che la stampa accreditata nell’ aereo presidenziale Air Force One si è inventata per alimentare il mito attorno al Presidente americano. Chi segue Barack dall’inizio della campagna, come Ben Smith di Politico o Jason Horowitz del Washington Post, sa quanto il Presidente americano tenga che i suoi parolieri siano prima di tutto, “inspirational” sulla scia del “Hope, Change…” leitmotiv. Ultimamente però Obama ha effettuato dei piccoli cambi all’interno della sua squadra di speech writers. Con un’ economia da risanare, la sanità universale da far digerire agli americani e soprattutto due guerre che pesano come macigni, la necessità di abbandonare una comunicazione enfatica per passare a un linguaggio più esplicativo e comprensibile soprattutto alla comunità internazionale si è fatta mano a mano sempre più urgente. In sostanza, per quanto riguarda i discorsi di politica estera, fuori il 27enne, brillante e celebre sciupafemmine di Washington D.C., Jon Favreau, dentro il trentaduenne Ben Rhodes l’amante della realpolitik (ha più volte dichiarato che la sua citazione del cuore è “ i problemi sono stati creati dall’uomo, per cui l’uomo potrà risolverli, di John F. Kennedy) , ex ghost writer di Max Warner e Lee Hamilton, con una specializzazione e un interesse personale per il Medio Oriente. Suoi i discorsi che Barack Obama ha tenuto il 3 giugno scorso all’Università del Cairo e il 9 dicembre a Oslo in occasione del ritiro del Premio Nobel per la Pace. Porta la firma di Rhodes anche il testo che il Presidente ha pronunciato a West Point un mese fa in cui ha tentato di motivare davanti a milioni di americani che lo seguivano in televisione la scelta di inviare altri 30.000 militari in Afghanistan.

Eccolo. Alla destra di Obama. Foto Pete Souza

Cresciuto a New York con il sogno nel cassetto di diventare uno scrittore e una copia di “Fiesta, il sole sorgerà ancora” di Hemingway nella tasca dei jeans si iscrive a un corso di scrittura creativa alla New York University mentre butta giù i primi capitoli del suo romanzo “Oasis of love” che però non porterà a termine. Il richiamo della politica arriverà ben presto per il giovane Ben il cui primo incarico nell’arena politica risale al 2001 durante la campagna elettorale del sindaco di New York che verrà vinta da Michael Bloomberg. Ma per chi è seriamente appassionato di politica e ambisce a entrare nella stanza dei bottoni, la Grande Mela non offre grande opportunità. Per cui Rhodes decide di trasferirsi a Washington e nel 2002 diventa consigliere di Lee Hamilton, ex deputato dell’Indiana alla Camera dei Rappresentanti. Un ottimo inizio nel regno dei political junkies perché Hamilton fu in seguito nominato Presidente del prestigioso Woodrow Wilson International Center for Scholars e offrirà al giovane Rhodes la possibilità di partecipare alla stesura delle raccomandazioni per la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre. Dopo l’esperienza professionale con Hamilton, viene notato dall’ex Governatore della Virginia e perenne candidato democratico alla Casa Bianca, Max Warner che in un’intervista  lo definì “uno dei talenti più in vista” nel cerchio dei writers politici di Capitol Hill. Ma l’anno della consacrazione tra gli alti ranghi della politica americana è il 2008. Nel gennaio di due anni fa viene chiamato da alcuni collaboratori di Barack Obama per fa parte di quello che diventerà il dream team del primo presidente afro-americano.  Obama decide, dopo alcuni mesi passati ad osservare quel ragazzo di cui tanti suoi colleghi hanno tessuto le lodi, di portarlo con sé nelle varie tappe un po’ per fargli prendere dimestichezza con la politica on the road un po’ per introdurlo ai suoi fedelissimi come Axelrod e Plouffe. Rhodes capisce al volo l’opportunità che ha davanti e ben presto, da piccolo scrivano di testi che l’allora candidato alle primarie pronunciava negli Starbucks della provincia americana, diventa una delle penne preferite del Presidente. Non solo. Recentemente è stato nominato come consigliere alla sicurezza nazionale di James Jones e, abbandonati i strapuntini dei tavoli dell’aereo presidenziale, si rifugia a lavorare in un ufficio segreto al terzo piano dell’Eisenhower Executive Office Building a Washington. I ben informati, dicono che la X-box, con cui giocava fino a tarda sera durante le notti insonni della campagna presidenziale, non l’abbia del tutto dimenticata e che la tiene chiusa a chiave proprio nel suo ufficio segreto. Una piccola debolezza che però rende più umano il Genius boy di Barack.

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