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Dirottamenti e chirurgia, Khaled pin-up dell’OLP

aprile 4, 2010

uscito su Il Riformista del 4 aprile 2010

All’uscita di un liceo artistico femminile a Gerusalemme est un gruppetto di quattro ragazze si dirigeva verso la fermata dell’autobus. Ridacchiavano tra di loro con l’espressione di chi sa di averla combinata grossa ma di esserne scampato vivo, forse un’interrogazione o un compito inaspettatamente andato meglio del solito. Indossavano un hijab nero, una t-shirt con una gonna lunga che una di loro aveva leggermente arrotolato in vita forse per mostrare le ballerine color fucsia cangiante. Come tutti gli adolescenti, due di loro avevano personalizzato lo zainetto con scritte e adesivi: c’era un simbolo della pace disegnato con i pennarelli, una foto attaccata con lo scotch di un cantante libanese, dei ciondoli appesi alla zip, e un adesivo, era il più grande, che ritraeva una giovane donna con la kefiah a posto del velo e un mitra in braccio. Mentre camminavano la scritta dell’adesivo si confondeva tra le pieghe dello zaino ma sono bastati pochi metri perché venisse fuori a chiare lettere “sono Leila Khaled e non sono una terrorista”. Le ragazzine avranno avuto sedici o diciassette anni, Leila Khaled all’epoca della foto ne aveva 24.

Leila Khaled

Sono passati quarant’anni ma il mito, spesso raccontato con toni romantici soprattutto dai media occidentali più che dalla propaganda palestinese, della “pin-up” simbolo del movimento di liberazione palestinese viene tenuto in vita dalle nuove generazioni affamate di modelli e personaggi in cui cercare frammenti della propria identità. Il 1969 fu l’anno in cui l’allora ventiquattrenne palestinese fu scelta meglio “ votata”, come spiega lei raggiunta al telefono in Giordania, dalla dirigenza del Fronte popolare per la liberazione della Palestina per una missione che rimase nella storia del FPLP. Il 24 agosto di quell’anno la giovane combattente salì con un gruppo di “compagni” sul volo 840 della TWA partito da Roma e diretto ad Atene. Il commando dirottò il boeing 707 verso Damasco in Siria e fu la Khaled a ordinare ai piloti durante il tragitto di sorvolare su Haifa, la sua città natale, che dal governo israeliano le era stato interdetto di visitare. Il dirottamento andò a buon fine per il fronte, l’aereo atterrò all’aeroporto di Damasco, e dopo aver liberato tutti i passeggeri, il commando fece esplodere l’aeromobile. Da quel momento Leila divenne la ragazza copertina del movimento per la liberazione della Palestina, ritratta su migliaia di poster e riviste, descritta come la ragazza terrorista dalla sorprendete bellezza, un’icona soprattutto per le donne palestinesi che fino ad allora non avevano mai  preso parte ad azioni militari, la sua vita fu celebrata anche in alcuni documentari e il suo personaggio descritto come la perfetta unione di struggente femminilità e ferma violenza. Ma di tutta questa “roba” racconta “non mi importava nulla, non mi interessava diventare un’icona”. Dopo il primo dirottamento la Khaled fu costretta a sottoporsi a sei interventi di chirurgia plastica per evitare di farsi riconoscere. “Il dottore operò il naso e il mento e funzionò. Nessuno mi riconobbe e io potevo continuare a fare il mio lavoro” ha detto in un’intervista di qualche anno fa al quotidiano inglese Guardian specificando che non si era sottoposta ad una anestesia totale perché “ho sempre combattuto per una causa e uno scopo che vanno al di là dei miei interessi privati e a cui le mie paure devono essere necessariamente subordinate”. Dopo l’azione del ’69 e le operazioni chirurgiche, alla Khaled fu ordinata un’altra missione, un altro dirottamento. Era il 1970 e questa volta il volo da prendere in ostaggio era un El Al, la linea israeliana. “L’aereo partiva da Amsterdam, ero con un compagno nicaraguense Patrick Arguello. Il personale di El Al ci fermò all’aeroporto olandese, perquisì le nostre valigie ma non trovò nulla. Le granate le avevo nascoste nella tasca e dunque riuscimmo a salire sull’aereo senza problemi”. Ma questa seconda missione per Leila e il suo compagno non andò bene. I due cercarono di entrare nella cabina di pilotaggio minacciando di lanciare le bombe a mano che erano sfuggite al controllo degli israeliani ma furono bloccati da alcuni agenti in borghese che erano nascosti tra i passeggeri. “Spararono a Patrick che morì sul colpo, io mi salvai solo perché avevo le granate in mano e quindi non potevano rischiare di spararmi”. Leila spiega che il Fronte aveva ordinato di non toccare i passeggeri “ma avevamo l’obbligo di proteggerci”. Le bombe se tirate avrebbero provocato una strage all’interno dell’abitacolo ma lei ci tiene a sottolineare “non volevo far esplodere l’aereo, non era nelle nostre intenzioni, volevamo solo spaventarli”. Nella sua lunga storia, le azioni portate a termine dal Fronte di cui Leila Khaled faceva parte hanno ucciso decine di civili ma nessuno morì nei dirottamenti a cui la “terrorist girl” prese parte. Questo aspetto ha alimentato il mito della giovane militante: determinata a sacrificarsi per il suo popolo e a impugnare le armi senza però usare il grilletto. “Io sono orgogliosa di quello che ho fatto. Ancora oggi combatto, in modo diverso da allora è chiaro, ma lotto sempre perché i palestinesi abbiano una casa e una terra, questa è la mia vita”. Sacrificio, battaglia, abnegazione. Parole che troppo spesso vengono mal interpretate da alcuni nella lotta per l’identità e l’autodeterminazione del proprio popolo. “Lei si riferisce alle donne-kamikaze negli attentati a Mosca” risponde secca “bene, sarò chiara. Condanno ogni tipo di esplosione che abbia come obiettivo l’uccisione di civili e non c’entra se a compierle siano donne o uomini. Non tollero che le persone vengano strumentalizzate per uccidere innocenti”. Ma lei, Mrs Khaled, si considera una terrorista? Sospira, prende fiato ma non esita a rispondere, “Ogni volta che sento questa parola pongo un’altra domanda: chi ha portato il terrorismo nelle nostre terre, chi ci ha forzato a lasciare le case e vivere in campi profughi? Io penso sia questo terrorismo”. Non c’è dubbio che la sua lotta non sia ancora giunta alla fine.

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