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“Il Regno Unito del futuro sarà proporzionale”. Intervista a Bill Emmott

aprile 29, 2010

uscito su Il Riformista del 29 aprile 2010

Il suo biglietto da visita recita “writer and consultant” e dietro ha traslitterato il suo nome in giapponese “ non è un vezzo” spiega “è perché vado spesso in Giappone”. Di passaggio in Italia dove sta scrivendo un libro per Rizzoli sulle realtà che mandano avanti il nostro Paese, Bill Emmott, direttore dell’Economist dal 1993 al 2006, parla a Il Riformista delle prossime elezioni nel Regno Unito e dell’ascesa della superstar Nick Clegg dovuta in parte, dice, “al declino dei maggiori partiti inglesi ormai in atto da anni”.

Bismarck affermava che il modello “insulare” inglese – esempio di democrazia ben temperata e del felice compromesso tra principio monarchico e rappresentativo – non era applicabile al turbolento continente. Ora sembra che il Regno Unito dovrà affidarsi a una vecchia conoscenza italiana: “il sistema proporzionale” .

Nel Regno Unito la frammentazione del nostro sistema partitico sta raggiungendo un punto di non ritorno. Penso che dopo le elezioni del 6 maggio si aprirà un periodo abbastanza lungo in cui il dibattito sulla rappresentatività partitica all’interno del Parlamento assumerà un ruolo centrale. Con molta probabilità la direzione che verrà presa è quella di un sistema proporzionale e in questo caso la presenza di un terzo ma anche di un quarto uomo sarà di fondamentale importanza. Il bipolarismo non soddisfa più gli elettori inglesi ma anche gli italiani mi sembra.

In Inghilterrra c’è una vecchia barzelletta in cui un inglese dice a un altro ”dobbiamo cambiare!” e l’altro risponde “cambiare? Le cose vanno già così male!”. L’elettorato inglese è spaventato all’idea di un cambiamento radicale?

Gli inglesi sono abituati a vivere in un sistema che facilita il cambiamento. Le elezioni sono un modo per punire il governo in carica cacciandolo via. Dunque gli elettori in Gran Bretagna sono consapevoli che una volta alle urne hanno l’opportunità di cambiare la propria leadership politica e di sperimentare qualcosa di nuovo.

Anche se il nuovo si chiama Nick Clegg?

Si per ora il cambiamento ha il nome di Clegg. Il paradosso è che l’uomo simbolo dell’innovazione, il volto nuovo della politica britannica, sarà portatore di un sistema elettorale -quello proporzionale -che in futuro toglierà agli elettori la possibilità di ricorrere a un’alternanza e dunque a un cambiamento radicale sugli scranni del governo a cui da sempre siamo abituati. Nel prossimo futuro, dunque, il Regno Unito farà l’esperienza di una rappresentatività basata sulla politica della coalizione.

Alcuni analisti internazionali ritengono che le politiche di Tony Blair siano il motivo dell’instabilità del suo Paese. Barbara Spinelli su La Stampa ha scritto “Blair ha creato questo marasma (la pace in Irlanda è probabilmente l’unico suo successo politico). Ha distrutto la socialdemocrazia e i suoi principi, per consegnare l’una e gli altri ai liberali e al loro terzo uomo”. E’ d’accordo?

No. La socialdemocrazia in Gran Bretagna non è affatto distrutta. Nonostante l’iniquità continuasse a crescere durante il governo Blair, c’era un forte sentir comune che il tasso di povertà si stesse riducendo e che le opportunità fossero in espansione. Questa percezione nasceva in seguito all’approvazione di alcune riforme economico finanziarie apportate da Blair e dal suo esecutivo come l’introduzione del minimo salariale che fu una mossa del Labour ispirata ai più puri principi socialdemocratici, l’assistenza e le agevolazioni economiche alle famiglia con bambini, le politiche di credito fiscale per le classi meno abbienti e i sostanziali investimenti nella sanità pubblica. Questi aspetti toccano il cuore della socialdemocrazia britannica che per me gode di buona salute. Gli inglesi, ad esempio, ritengono che la qualità e l’affidabilità del sistema sanitario nazionale sia di gran lunga migliorata negli ultimi nove anni rispetto al decennio precedente e ritengo che questo sia un grande passo in avanti compiuto da Tony Blair e Gordon Brown. Vorrei anche precisare che il Regno Unito non è nel marasma. Il nostro tasso di disoccupazione è come quello dell’Italia, il nostro PIL, crollato durante la crisi, ora è maggiore di quello dell’Italia e non c’è nessun tipo di instabilità sociale. Dunque dove sarebbe il caos? La verità è che la politica è fatta di cicli. Tony Blair salì al governo 15 anni fa. Ora è tempo per un nuovo ciclo. Tra le altre cose i due maggiori partiti politici inglesi sono in declino ormai da 30 anni mentre il partito libdem si è rafforzato ed è diventato più stabile negli ultimi 20 anni. Dunque era prevedibile che un giorno i liberali sarebbero avanzati: ora non sappiamo ancora se il 2010 sarà il loro anno o dovremmo aspettare le prossime elezioni ma quello che sta succedendo ora è fisiologico. Penso che anche Nick Clegg approverebbe questo ragionamento. In questo particolare momento storico l’ascesa di Clegg simboleggia la storia politica inglese degli ultimi decenni, poi i dibattiti televisivi e la diffusa disillusione  nella politica da parte degli inglesi stanno accelerando un processo che è in corso da anni.

Secondo lei da noi c’è spazio per un astro nascente come Clegg nel Regno Unito o Obama negli Usa?

Sì, penso sia possibile anche se molto difficile perché in Italia le strutture partitiche tendono a favorire le persone di una certa età. Ritengo che nel vostro Paese ci sia lo spazio per  la creazione di un movimento guidato da un giovane leader. Probabilmente non sarà così ben organizzato come un partito ma credo che questo sia realizzabile e penso anche che avrebbe ottime probabilità di apportare un radicale cambiamento non solo in termini politici ma anche sociali.

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