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SE MUHAMMAD SBARCA A MANHATTAN…

settembre 11, 2010

USCITO SU IL FATTO QUOTIDIANO DELL’ 11 SETTEMBRE 2010

E’ passato mezzogiorno quando Kamal arriva al numero 51 di Park Place, nel Lower East Side, a circa 200 metri da Ground Zero. Tira fuori dalla tasca dei pantaloni un mazzo di chiavi. Ne sceglie una e si china per aprire i due lucchetti che tengono chiusa la saracinesca un po’ malandata. Con un colpo secco del braccio alza il sipario sull’ultima grande polemica che nel nono anniversario dell’11 settembre ha investito New York, i palazzi del potere a Washington e, in sostanza, quasi tutta l’America:  la “moschea di Ground zero”, come viene chiamata dai media e dal pastore della Florida Terry Jones che oggi brucerà (o forse no, a sua discrezione e dei suoi 50 simpatizzanti) il Corano, il libro sacro dei musulmani. Occorre dire che non si tratta di una moschea, nel senso tradizionale del termine: non c’è nessuna cupola rivestita d’oro zecchino o ricoperta di ceramiche, né ci sono minareti da cui spuntano muezzin che chiamano alla preghiera. Ciò che ha scatenato un furore nazionale è, oggi, uno stanzone al pian terreno di una vecchia fabbrica di cappotti, la “Burlington Coat Factory”, in disuso da anni, e di proprietà di Sharif El-Gamal, un 37enne immobiliarista nato a Brooklyn,  che acquistò l’edificio dopo l’11 settembre con l’idea di mettere in piedi un luogo di preghiera per i musulmani che fosse più capiente della moschea al-Farah su West Broadway in grado di contenere al massimo 70 persone. Così è avvenuto. L’ex fabbrica di cappotti è da circa un anno un luogo di preghiera – spiega Kamal, un marcantonio di 40 anni che ne è il custode.

ENTRATA DELLA "MOSCHEA" A GROUND ZERO

Aperto dall’una del pomeriggio  fino alle 21.30 può contenere fino a 200 fedeli e chiunque può entrarvi. Le regole sono le stesse che vigono in qualsiasi moschea o luogo di culto islamico. “Le donne devono indossare un foulard sulla testa ed è necessario togliersi le scarpe, insciallah”, ripete Kamal agli avventori della neo nata attrazione turistica in città. Mentre un gruppo di fedeli, una ventina tra uomini e donne, entra nella sala e si dispone in silenzio sulla moquette verde, a destra gli uomini, a sinistra nell’area  riservata, le donne, fuori, su Park Place, l’America secolare, fiera custode del Primo Emendamento in cui Stato e Chiesa non coincidono e il suo opposto, l’America, democrazia di Dio, si fronteggiano a colpi di slogan e cartelli. “Islam is a fake religion, l’Islam è una religione falsa” scandisce da un megafono Jeff Elliot un signore sulla cinquantina, con barba e capelli bianchi, che incita gli altri a mostrare i cartelli ai fotografi. “Queste persone” spiega Jeff che racconta di essere venuto qui dal New Jersey per protestare contro la costruzione del centro islamico “non hanno alcun rispetto per le vittime e le famiglie delle vittime dell’11 settembre. Che diavolo di religione è questa che permette un tale scempio?”. “ E’ la religione dei terroristi!” La risposta arriva da una signora che alle spalle di Jeff agita un cartello dai toni minacciosi ma che, nonostante la scompostezza delle parole, aiuta a far comprendere la sacralità di Ground zero e dei suoi dintorni, “Se voi costruite una moschea a Ground Zero, noi costruiremo una sinagoga alla Mecca” .

A FAVORE DEL CENTRO ISLAMICO ...

A pochi metri da Jeff e i suoi, all’angolo con la strada principale che porta direttamente al buco che nove anni fa inghiottì le Torri Gemelle, c’è l’altra America, a dire il vero, molto più numerosa, più composta della prima, ma ugualmente irritata. Nel gruppo nessuno è di fede musulmana, così dicono. “I veri americani non bruciano il Corano” recita uno striscione. Il ragazzo che lo tiene in mano ha 27 anni, si chiama Matt Sky e si considera un “cittadino preoccupato per la cattiva reputazione che gli Stati Uniti stanno acquistando in seguito alle dichiarazioni del pastore della Florida”. E’ sinceramente concitato quando parla, sembra quasi soffocare per il senso di colpa. Nel frattempo i fedeli, alcuni in giacca in cravatta, escono dall’edificio, da giorni presidiato dalla polizia di New York. Quasi tutti hanno voglia di parlare. Sembrano tranquilli, qualcuno guarda le due anime dell’America accennando un sorriso. “E’ una polemica sul nulla” dice Ezzat, 33 anni, nato negli Usa da genitori egiziani che viene a pregare qui nella pausa pranzo “l’idea di costruire un centro islamico è nata dall’esigenza di avere più spazio e di accogliere i fedeli che lavorano in questo quartiere”. Ezzat, americano al cento per cento racconta delle tante domande che colleghi e amici gli rivolgono sull’Islam e sulla “moschea di Ground Zero”. “E’ normale, sono giustamente curiosi e vogliono sapere la verità. D’altronde è dai tempi di scuola, molto prima dell’11 settembre, che le persone mi chiedono cosa significhi essere musulmano”. Sul rogo del Corano, Ezzat si unisce in una sonora risata ad altri appena usciti dalla preghiera. “Mah, è un uomo che vuole attirare su di sé l’attenzione della stampa”. Poi si ferma un attimo e chiede “Sai cosa facciamo quando il Corano che abbiamo in casa è ormai  vecchio e inutilizzabile?” “No?” scoppia in una risata e dice “Non potendolo buttare via come immondizia lo dobbiamo bruciare, capisci?”. Saluta con la mano e scappa in ufficio, proprio qui a Ground Zero.

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