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9/11 A NATION REMEMBERS

settembre 12, 2010

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 12 SETTEMBRE 2010

9/11 LIGHTS ...

Oggi è la giornata di mia sorella e di tutte le vittime decedute nove anni fa”. L’urlo accorato di Alyson Low durante la cerimonia di commemorazione a Ground Zero ha la forza di una disperata rivendicazione: l’11 settembre appartiene alle vittime e ai familiari delle vittime, così deve essere oggi e in futuro. Così vuole Alyson, la cui sorella lavorava come hostess nel volo 11 dell’American Airlines. Così vogliono le centinaia di parenti, amici, colleghi, che ieri mattina hanno ricordato i duemilasettecentoquarantanove morti nel crollo delle Torri Gemelle. Nel paese in cui “commemorare” è una consuetudine, spesso una vera e propria arte, la paura di essere scansati, di diventare sbiaditi ricordi, è facilmente comprensibile. Sono bastate le deliranti minacce di un reverendo della Florida che, in ultima battuta sul dilemma “brucio non brucio” in diretta televisiva alla Nbc ha dichiarato che “ora e mai” darà fuoco al Corano, perché la giornata della memoria americana venisse inghiottita da polemiche altre, e che diventasse di fatto un test sul rapporto di salute tra l’America e l’Islam. Che quest’11 settembre sarebbe stato diverso dal passato era nell’aria da settimane, ancor prima delle solenni cerimonie, del rituale struggente in cui dalle 8: 46 della mattina vengono letti i nomi e i cognomi delle persone decedute a Ground Zero.

Members of uniformed services surround a reflecting pool at the base of the World Trade Center site during a moment of silence marking the sixth anniversary of the World Trade Center attacks during ceremonies in New York.

Da qui l’urgenza, oggi più che mai, di Barack Obama a un forte richiamo all’unità: il presidente americano, insieme al Segretario alla Difesa Gates, ha ricordato le vittime dell’11 settembre dal Pentagono dove si schiantò il terzo aereo uccidendo 184 persone “Dobbiamo continuare a combattere l’intolleranza e restare uniti” ha detto. “Per ricordare le persone che abbiamo perso, l’arma più forte è fare ciò di cui i nostri avversari hanno paura: essere uniti come americani”. Da Shanksville in Pennsylvania, Michelle Obama e l’ex first lady Laura Bush hanno commemorato le quaranta vittime, passeggeri e equipaggio del quarto aereo, “questo luogo di distruzione è stato trasformato dal sacrificio dei passeggeri dell’aereo UA93 in un luogo di riflessione, ricordo e ispirazione per tutti gli americani”. Unità, fratellanza, solidarietà contro coloro che vogliono un’America divisa, fragile e sotto scacco del primo mitomane in cerca di visibilità. “In latino si dice “divide et impera” giusto?” chiede Heather Moore, giovane collaboratrice del settimanale Time Out, che venerdì sera ha partecipato alla fiaccolata a Ground Zero organizzata in difesa della costruzione del centro islamico “purtroppo gran parte della colpa è dei media” ammette e aggiunge “tutto è nato quando il Reverendo Jones ha minacciato di bruciare il Corano per protestare contro la costruzione del centro islamico vicino a Ground Zero. Questo è di fatto un problema locale. Purtroppo, però, la pressione della stampa è, secondo me, uscita fuori controllo e ha permesso che diventasse un problema nazionale regalando spazio a delle vere e proprie mine vaganti come il pastore Jones”. Il progetto di edificare una “moschea”, (in realtà moschea non è. Si tratta di stanzoni in cui i musulmani si recano ogni giorno per pregare), è stata la miccia, il pastore della Florida l’ha accesa grazie all’aiuto della stampa americana, il resto era davanti agli occhi di tutti, ieri mattina, durante l’anniversario ma anche nei giorni precedenti. Due piccoli cortei, uno a favore, l’altro contrario, alla “moschea di Ground Zero” hanno sfilato a un centinaio di metri dal luogo del ricordo dove poco prima davanti alla Reflecting Pool, il sindaco di New York Michael Bloomberg ha invitato tutti al silenzio e il Vice Presidente Joe Biden, accompagnato dalla moglie Jill, ha letto alcuni versi di una poesia “The builders”, I costruttori, di Henry Wadsworth Longfellow. “Siamo qui oggi, con il massimo rispetto verso le vittime dell’11 settembre, per ricordare che nessuno ha il diritto di limitare la libertà religiosa. Non dobbiamo essere “noi” contro “loro” spiega Mindy Gershon che indossa una maglietta bianca con la scritta “Io amo New York” ripetuta tre volte con la stella di David, la croce e la mezzaluna. “Sono pienamente d’accordo” le fa eco Jean Marie Peacock, venuta da New Orleans in Louisiana per “esprimere solidarietà con i musulmani, nostri fratelli e sorelle”. Girato l’angolo, a pochi metri dall’America liberal, c’è l’altra America, quella che non vuole sentire parlare di Islam a Ground Zero. “Non capisco come possano avere questa faccia tosta” dice molto irritata la signora Ruth, in tuta da ginnastica e berretto su cui è scritto “Repent or perish”, Pentiti o muori “questo luogo per noi è sacro. Non possono oltraggiarci in questo modo. Andassero da un’altra parte a pregare e a costruire moschee. Qui proprio no!”. Il marito di Ruth, che non vuole dire il suo nome, la incoraggia a raccontarmi la verità. “La verità” spiega “è che noi dobbiamo difenderci da loro. Non sappiamo da dove vengono, cosa vogliono. Voglio dire, tutti sanno, ad esempio che sono riusciti a far eleggere un musulmano come Presidente degli stati Uniti”. Questa è la verità di Ruth e del marito ma anche di molti altri americani, circa il 30% secondo un recente sondaggio, ancora convinti che Obama sia di fede musulmana e che questo rappresenti un grosso problema. Ma ieri mattina la “verità” di Ruth oppure quella di Mindy, rappresentavano la “paura” della signora Alyson Low che alle telecamere, ferma e commossa, mostrava la foto della sorella e con il dito indicava la scritta “Oggi è la giornata di mia sorella e di tutte le vittime dell’11 settembre” .

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