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“NEI CAMPI DI HAITI IN LOTTA CON IL COLERA”

novembre 22, 2010

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 21 NOVEMBRE 2010

In jeans e una canottiera a strisce bianche e blu, un’aquila tatuata sul braccio sinistro, e i lunghi capelli neri stretti in una coda di cavallo da cui spuntano come aculei ciocche arrotolate su stesse, Nadia si aggira con disinvoltura tra le tende marchiate dai sigilli di “USAID from the american people” e della “Fondation Bouddhiste de Taiwan”. “Viens, viens! Vieni vieni” e fa segno con la mano mentre con l’altra digita un sms dal suo black berry. “Ci hanno detto che dobbiamo lasciare il campo tra un mese, pare che il terreno sia stato venduto all’ambasciata francese” e alza gli occhi al cielo come per dire e-dobbiamo-ricominciare-tutto-daccapo. Nadia ha 33 anni vive con suo marito Darot nel campo profughi di Nerette a Pétionville, la zona alta di Port-au-Prince, venti minuti dalla capitale haitiana. Questo campo profughi dove alloggiano circa un centinaio di famiglie è sorto alcuni giorni dopo il terremoto del 12 gennaio sulle macerie dell’ambasciata italiana “che però era in disuso da prima del terremoto” spiega Nadia. Ora al posto dei grandi saloni ci sono le dieci tende donate dai buddisti di Taiwan, bagni chimici e docce, quattro per le donne e quattro per gli uomini, rimpiazzano le toilettes di servizio del primo piano, alle spalle dell’ingresso principale c’è la loro “discarica privata” dove un maiale haitiano indisturbato si aggira in cerca di cibo mentre una bambina svuota un secchio pieno di acqua putrida, e la piscina è diventata un piccolo campo da calcetto dove cinque ragazzi con la maglia dell’Argentina giocano la loro partita. “Questo è un posto sicuro, nessuno ruba o aggredisce le bambine, sai qui è un problema molto diffuso”. Nadia lavorava per un’associazione in difesa dei diritti delle donne e racconta che in alcuni campi, come quello di Cité Soleil a mezz’ora da Port-au-Prince, le violenze sessuali sulle bambine di 11 -12 anni sono frequenti. “Le violentano e le mettono incinta, sono delle bestie. Ma qui per fortuna mi sento al sicuro. Prima del terremoto eravamo vicini di casa quindi ci conosciamo quasi tutti”. Nadia mi riporta alla sua tenda ha un appuntamento di lavoro “devo sistemare i dreadlocks a una mia amica”. La sua amica è una signora di 45 anni, con mille treccine rasta in testa che dopo essersi seduta su uno sgabello mi chiede se ho del liquido sanitario per le mani. Glielo do e si strofina le mani con forza, più volte e dice “bisogna pulirsi le mani più volte al giorno, per il colera, sai?”. Nessuno, né delle agenzie delle Nazioni Unite né da altre ong è venuto a spiegare all’accampamento di Nerette come prevenire il colera. “Io l’ho letto su internet, ho sentito alla radio i consigli dei dottori e li comunico anche agli altri del campo” dice Nadia “qui non è mai passato nessuno a dirci nulla ma ci stiamo organizzando da soli”. Lavarsi le mani è importante ma bisogna usare anche altre cautele. “Bisogna far bollire tutto almeno a 70 gradi, utilizzare molto limone o yogurt e non avvicinarsi ai cadaveri”. Stefano Zannini è il capo-missione di Medici senza Frontiere a Haiti. E’ italiano, ha 37 anni e vive e lavora a Pétionville dal luglio 2009. “La situazione era drammatica già prima del terremoto, il tasso di mortalità dei bambini è circa 20 volte superiore a quello italiano, i problemi di igiene esistono da sempre,  il sistema delle fognature è inesistente, per dirne una”. Dopo la tragedia del 12 gennaio la situazione è andata peggiorando e nonostante a Haiti “ci siano le agenzie delle Nazioni Unite e  le più importanti ONG al mondo” spiega Zannini dal quartier generale di MSF “devo necessariamente constatare l’inazione e l’inerzia degli attori internazionali che operano qui”. Cosa intende per “attori internazionali?”. “Mi riferisco alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni non governative. La mia non è una critica, per ora si tratta di una constatazione significa che in 5 settimane -ossia da quando è comparso il primo caso di colera- il “cluster” delle agenzie dell’Onu non sta rispondendo in maniera rapida, pertinente e efficace”. Zannini ha in una cartellina pagine e pagine di documenti e tabelle che attestano il lavoro di MSF. “Noi stiamo facendo moltissimo, ad esempio all’ospedale St. Catherine, una struttura ospedaliera statale, che si trova a Cité Soleil e dove vengono curati i casi moderati di colera abbiamo 75 posti letto che nel giro di pochi giorni aumenteremo a 125”. Ma Zannini spiega che Medici senza frontiere non può agire da solo. “Siamo un’organizzazione indipendente che interviene per coprire i buchi in casi di emergenza. Non può e non deve essere la sola a fronteggiare un’epidemia come il colera. Sono necessarie più organizzazioni per curare i malati e dispiegare azioni preventive, specialmente adesso che i casi stanno drammaticamente aumentando in tutto il paese”. Ad Haiti si sono registrati 20.000 casi di colera, i morti potrebbero superare i 1.100 decessi nelle prossime ore.  “Il colera è un’epidemia facile da prevenire e da curare se presa in tempo utile” spiega Zannini “ma bisogna fare un’efficace campagna di prevenzione, istruire gli infermieri e medici locali perché si tratta di un’epidemia atipica per queste zone”. Ieri si è avuta la conferma che a diffondere il virus sia stato un individuo “esterno” “questo significa che si tratta o di un operatore umanitario o di un haitiano tornato nel Paese dopo un soggiorno all’estero”. E dice Zannini, una particolare attenzione va dedicata ai cadaveri “Un morto di colera va clorato, gli orifizi tappati con del cotone poi va inserito in un sacco mortuario e interrato. Un kit per un cadavere costa circa 38 euro, non è tanto, e la procedura è abbastanza facile ma bisogna addestrare gli addetti ospedalieri e informare le persone di non avvicinarsi ai cadaveri”. Nadia questo non lo sapeva, non sa nemmeno che nel caso in cui dovessero sentirsi male, lei, Darot suo marito, o la sua amica con le mille treccine rasta, si consiglia di bere molta acqua con sale.  “Ma l’acqua potabile qui non c’è!” dice Nadia che alza gli occhi al cielo come per dire dobbiamo-ricominciare-tutto-daccapo.

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