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novembre 28, 2010

su Lettera43.it

"LAVEZ-VOUS"

“Lavez vos mains et vos semelles de chassures”, “Lavatevi le mani e le suole delle scarpe”. Prima di entrare nel centro dei malati di colera gestito da Medici senza Frontiere a Sarthe, a un paio di chilometri dall’aeroporto Toussaint Louverture di Port-au-Prince, bisogna disinfettarsi le mani e le suole delle scarpe. C’è una persona addetta a questo lavoro che con guanti, mascherina e uno spruzzino passa scrupolosamente sulle mani di tutti, medici, infermieri e personale MSF incluso, acqua clorata, il “migliore antidoto contro il batterio del colera” dice Isabelle Jeanson dell’ufficio comunicazione di Medici senza frontiere. Così puliti si può accedere al campo, un terreno abbastanza grande da ospitare a destra e a sinistra dell’ingresso una schiera di grandi tende bianche che il riflesso di una luce talmente chiara e impietosa rende difficile da guardare a occhi nudi. Fa molto caldo, oltre i 30 gradi centigradi. Isabelle accompagna me e Stanley, il traduttore, nelle prime dieci tende che ospitano i malati più gravi. Ci sono 24 letti in ogni tenda, sono letti particolari, specifici per i malati di colera, delle tavole di legno in cui c’è un buco per evitare che i malati si sporchino durante la defecazione che, spiega Isabelle,“ è impossibile da controllare”. Uomini, donne, e molti bambini, tutti insieme, divisi solo dalla gravità del caso, alcuni sdraiati altri seduti con la flebo di soluzione salina concentrata che gli accompagnerà per le prossime 48 ore  Medici senza frontiere ha da poco aperto questa struttura che ospita malati gravi e in convalescenza.

NADJA

“Abbiamo un centinaio di letti anche nell’ospedale statale di St. Catherine a Cité Soleil (la più grande bidonville a Port-au-Prince, ndr)” spiega Isabelle “ma la situazione è ormai talmente grave che ne abbiamo aperta un’altra”. I morti sono oltre 1.600, di cui 150 nella capitale haitiana. Per capire la gravità della situazione, è sufficiente fare questo raffronto: all’inizio di questa settimana le vittime del colera erano più di 1.100 a fine settimana superano 1.600, quasi cento morti al giorno in tutto il paese. “Prevenire e curare il colera non è difficile” spiega Isabelle “deve essere curato in tempo, questo è chiaro. E la prevenzione non è difficile, lavarsi le mani spesso, far bollire l’acqua del rubinetto per lavare i piatti, bere solo acqua in bottiglia, non avvicinarsi ai cadaveri”. Si tratta di semplici nozioni di igiene ma a Haiti sono regole difficili, in alcuni posti decisamente impossibili da seguire, soprattutto per una popolazione che del colera non sapeva nulla, a stento l’esistenza. “Haiti e il Centro America non sono aree endemiche del colera e di questo particolare ceppo. E’ invece molto conosciuto in India e nelle zone confinanti e in alcune aree dell’Africa”. Ci avviciniamo al letto di una ragazza che a colpo d’occhio sembrerebbe stare bene ma – spiega Isabelle -il cui recupero è difficile “in genere si può guarire in tre, quattro giorni, ma in alcuni pazienti la convalescenza può avere tempi un po’ più lunghi, è molto soggettivo. Può, infatti, succedere in alcuni casi di essere portatori e non mostrare i sintomi tipici di questa malattia infettiva”. La ragazza si chiama Nadje ha 15 anni e la madre oggi le è venuta a fare visita. In creolo racconta a Stanley di avere altri tre fratelli, di cui due sono malati, compreso il padre e si trovano ora tutti nell’ospedale di Cité Soleil. Nadje dondola le gambe mentre parla con Stanley e racconta che il liquido nella flebo le brucia un po’ ma capisce che deve resistere almeno altre 48 ore. Una volta guarita passerà nella zona riservata alla convalescenza, cioè nelle tende bianche che si trovano di fronte a questa che è l’area rossa, quella dei casi più gravi. Il problema è che una volta guarite le persone come Nadje torneranno in un ambiente malsano in cui quelle regole di igiene, per noi basilari, rimarranno parole morte sui volantini stampati da MSF e dalle ONG nel Paese. “Noi cerchiamo di fare il massimo” dice Isabelle “facciamo anche un training a gruppi d’infermiere locali”.  Dopo essere usciti dalla tenda di Nadje ci dirigiamo dai  pazienti pronti per essere dimessi. In una tenda nell’ultimo letto c’è un ragazzino di undici anni. Jean Love, Amore è il suo cognome.

JEAN LOVE

Stanley si precipita a parlargli. Parlano per alcuni minuti in creolo. Ma quando gli chiedo cosa abbia detto dice “non ho capito”. E lo ripete per due, tre, quattro volte. E lo fa a occhi chiusi, scuotendo la testa con lo sguardo rivolto verso il soffitto bianco che con il passare del tempo ha perso quell’evanescenza data dalla luce che prima lo colpiva senza tregua. L’unica parola comprensibile era “mama” che Jean aveva più volte ripetuto ma Stanley insiste, “non ho capito”. Chiedo alla dottoressa Kim che si aggira tra i pazienti se sappia qualcosa della storia di Jean Love. Lei fa un po’ mente locale e all’improvviso dice “Ah sì. Jean. E’ guarito ma la madre non è ancora venuto a prenderlo. Se non ricordo male ha un fratello ammalato in un altro ospedale”. Ma prima o poi verrà a prenderlo? La dottoressa non risponde mentre Stanley guarda Jean con una tenerezza struggente, chiude gli occhi e rivolge lo sguardo verso l’alto.


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