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LA BATTAGLIA DI SUOR MARCELLA CONTRO IL COLERA

novembre 28, 2010

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 28 NOVEMBRE 2010

Il 7 novembre scorso dopo la messa, alle sette, forse le sette e mezza, Suor Marcella si incamminava verso l’ambulatorio “San Francesco” come da cinque anni fa tutte le mattine. La data se la ricorda bene perché quel giorno, davanti alla porta dell’ambulatorio, ha trovato la tragedia a cui nelle ultime settimane rivolgeva le sue preghiere e i suoi pensieri. “Erano tre persone colpite dal colera che si sono trascinate fino a qui che però purtroppo sono arrivate in uno stato di disidratazione avanzato per cui c’era poco da fare”. A Haiti il colera ha finora ucciso quasi 1.700 persone, (all’inizio di questa settimana erano poco più di 1.100), oltre 28.000 sono ricoverate nelle strutture ospedaliere sparse da nord a sud del Paese e gestite dalle 900 ONG operative sul campo, dalle agenzie delle nazioni Unite come l’Unicef e in parte dallo Stato. Nonostante Haiti sia una sorta di “repubblica delle Ong” come l’ha definita Stefano Zannini capo-missione a Haiti di Medici senza frontiere, l’epidemia sta uccidendo quasi cento persone ogni giorno e “dovremo fronteggiarla per molti mesi ancora”, spiega. I più pessimisti sono convinti che il batterio permarrà nel Paese per anni e che le vittime potrebbero raggiungere il numero dei morti del terremoto, vale a dire 250.000.

Port-au-Prince, Haiti. Ambulatorio "San Francesco"

La maggior parte degli haitiani punta il dito contro i caschi blu e contro il contingente nepalese che secondo molti avrebbe diffuso l’epidemia. Onu uguale Kolera, Onu uguale Sida (Aids, in francese), si legge sui muri dell’Ospedale statale nel centro di Port-au-Prince. E le proteste contro la presenza delle forze di stabilizzazione delle Nazioni Unite della scorsa settimana hanno messo in allerta alcuni volontari che nei giorni scorsi hanno preferito lasciare il Paese. L’epidemia non ha risparmiato il piccolo ambulatorio gestito da Suor Marcella che si trova in una delle tante baraccopoli davanti al mare de la saline, uno dei sobborghi più poveri nella capitale haitiana e che fino a quel momento era abituato a trattare casi clinici un po’ diversi come la malnutrizione infantile. Ma Suor Marcella è una tipa tosta, una globetrotter che al posto dello zaino e degli scarponcini indossa il velo, un paio di sandali e un piccolo crocifisso di legno al collo che sobbalza ogni volta che vuole dire la sua. Prima di venire a Port-au-Prince, ha vissuto nove anni in Albania, cinque nella foresta amazzonica e dal 2005 è nella capitale haitiana. “Quando le persone hanno cominciato ad ammalarsi abbiamo dovuto far fronte a un’epidemia che nessuno conosceva neanche di nome. Le prime settimane sono state veramente difficili”. Nata 45 anni fa a Busto Arsizio in provincia di Varese, pragmatica poco amante delle parole superflue, “sì, sì puoi scrivere tutto, ormai non ho più filtri” dice ridendo, seduta nella stanza numero Uno, del suo, pardon, del “nostro ambulatorio”. Anche perché qui il tempo è prezioso e non deve essere disperso in protocolli, meeting prolissi da cui si esce con cartelline e mille fogli che finiranno tutte in pila in un angolo della scrivania. “Il nostro ambulatorio ha 37 letti e  ora ci stiamo concentrando sul colera ma abbiamo bisogno di aiuti”. Gli aiuti di cui parla Suor Marcella sono innanzitutto le infermiere “con un’adeguata preparazione, si spera”(questa è una delle prime necessità, confermata anche dall’equipe di medici senza frontiere). Si spera, appunto. “Le infermiere di qui non sono molto preparate e quando ti trovi in una situazione di emergenza non c’è tempo per fare il training”. Per farmi capire la gravità della situazione, prende una cartellina gialla sulla sua scrivania, la apre e mostra una fotocopia di un diploma inviata da un’aspirante infermiera che vorrebbe lavorare nell’ambulatorio “io vivo qui da cinque anni, conosco un po’ di trucchetti a cui ricorrono. Questo diploma è falso, la signorina non è un’ infermiera”. Sul diploma il nome della vera infermiera è stato coperto con una striscia bianca chiaramente posticcia su cui è stato poi scritto un altro nome. Accanto alla scritta “Diplome” è stata poi incollata una foto tessera dell’aspirante infermiera, “sui diplomi non ci sono foto. Ma che vuoi farci, capisco queste persone che cercano disperatamente un lavoro. Ora però ho più tempo perché la situazione da noi è sotto controllo e posso visionare bene tutti i curricula”. Nell’ambulatorio c’è un via vai di gente che si presenta e vuole aiutare, “alcuni arrivano, appendono all’ ingresso un cartello della propria associazione e dopo un po’ vanno via”. E’ vero, all’entrata dell’ambulatorio ci sono tante targhe ma nessuna reca la scritta “San Francesco”. Ma non è difficile trovare Suor Marcella: da queste parti tutti conoscono la “petite soeur italienne”. E una volta arrivati qua, nonostante i nome dell’Onlus X o dell’Associazione Y siano messi bene in risalto, Suor Marcella ha voluto il suo segno identificativo e mostra in fondo alla stanza, sopra il letto di una malata, un quadro di una Madonna con bambino. “Questa è la nostra bella figura”, dice fiera.

Port-au-Prince, Haiti. Ambulatorio "San francesco"

 

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