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L’INFERNO VA ALLE URNE, HAITI VOTA IL SUO PRESIDENTE

novembre 28, 2010

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 28 NOVEMBRE 2010

Oggi a Haiti si vota. Cinque milioni di haitiani, quasi due terzi dell’intera popolazione, sono chiamati a scegliere il nuovo presidente della repubblica e 99 deputati e 10 senatori tra quasi mille candidati. Undicimila seggi sono stati allestiti nel Paese e a garantire la sicurezza saranno 9000 poliziotti haitiani coadiuvati da 12.000 agenti dei caschi blu mentre cento osservatori internazionali, di cui sette dell’Unione Europea, avranno l’onore di vigilare su brogli e frodi elettorali che non sono delle minacce ma delle realtà: dal 1987 ad Haiti si sono tenute 13 elezioni la maggior parte delle quali è stata segnata da ritardi, irregolarità, boicottaggi, scontri tra fazioni opposte e frodi pesanti, dunque si prevede che le elezioni 2010 non rappresenteranno un’eccezione a questa triste prassi. Ma il Paese, martirizzato prima dal terremoto del 12 gennaio scorso che ha ucciso oltre 250.000 morti si trova in un infernale impasse. E’ bene dire fin da subito, che oltre-circa-poco più-poco meno sono le parole che accompagnano mestamente il numero delle vittime del sisma, degli sfollati, delle case crollate, dei morti e dei ricoverati di colera, ma anche del numero degli aventi diritto al voto, di quelli che di fatto voteranno, del numero dei candidati alle presidenziali (alcuni giornali fino a ieri scrivevano 18 altri 19) e con ogni probabilità il confusionario pressapochismo lo ritroveremo anche il 7 dicembre quando sapremo chi sarà il prossimo presidente di Haiti.

L’editoriale del quotidiano più importante del Paese “Le novelliste” ieri augurava ai suoi elettori “Bonnes election à tous!”, nella speranza che qualcuno a votare ci andrà e che le proteste e gli scontri tra i sostenitori dei candidati non gettino definitivamente il Paese in un buco nero senza via d’uscita. Haiti, che è stata una delle prime colonie francesi a conquistarsi la libertà all’inizio dell’ottocento in seguito a una feroce battaglia al grido di “l’unione fa la forza”, appare oggi annientata fisicamente e moralmente. A sentire la gente per le strade, nei piccoli negozi a cielo aperto (la maggior parte ha ripreso l’attività commerciale in mezzo alle macerie), nelle tendopoli, sono circa 1.300 in tutto il Paese, la più grande si trova a Port-au-Prince e ospita 55.000 persone, nessuno andrà ai seggi. “I politici non hanno fatto niente per noi e noi non faremo nulla per loro”, ha detto una ragazza, madre di due figli, e che vive in una baracca donata dalla Cina in mezzo a Champs de Mars, la piazza principale della capitale. La battaglia politica è circoscritta a due nomi. Il primo è quello di una donna che potrebbe diventare la prima presidentessa di Haiti. Si chiama Mirlande Manigat, ha 70 anni, è una professoressa di diritto costituzionale all’Università.  La gente conosce il suo nome, meglio il suo cognome, perché è la moglie dell’ex presidente della repubblica haitiana Leslie Manigat che ha governato per un breve periodo nel 1988. L’ex première dame si presenta con il partito “Rassemblement des Démocrates Nationaux Progressistes d’Haiti”, che spiega un suo sostenitore sventolando un volantino con l’immagine rassicurante e sorridente della signora “è un partito di centro destra, più o meno”. Più o meno, appunto. I sondaggi dicono che a votarla sarà il 30-32% e, dunque, potrebbe vincere. Su di lei grava l’appartenenza all’ èlite intellettuale del Paese che la renderebbe poco vicina al cuore degli haitiani. La sua piattaforma politica si distingue dalle altre per un aspetto: sarebbe a favore del ritiro che sia però “graduale” delle forze di stabilizzazione delle Nazioni Unite, i caschi blu che sono stanziati a Haiti in modo permanente dal 2004. Una piccola precisazione per definire il quadro della candidata intellettuale del Paese: sul suo sito internet, alla voce “la mia politica estera” la Signora parla dell’Europa chiamandola più volte CEE, comunità economica europea, e non Unione Europea. Forse la politica internazionale non è il suo forte. L’altro nome in lizza è quello di Jude Celestin, 48 anni, ingegnere, che nonostante non abbia mai fatto politica è il prescelto dall’attuale Presidente René Préval a succedergli ed è il candidato del partito “Unità” messo in piedi per queste elezioni. Préval stesso è una figura ambigua, con una mano stringe alleanze con Hugo Chavez, presidente del Venezuela, e con l’altra abbraccia gli Stati Uniti, collocarlo politicamente è aleatorio. E’ stato poi molto criticato sia per la gestione del dopo terremoto sia per quella relativa alla diffusione del colera. Celestin infatti ha cominciato a perdere consensi subito dopo la diffusione dell’epidemia nel Paese. E il suo programma politico resta pressoché un mistero. Fidanzato della figlia del Presidente, durante la campagna elettorale non ha mai concesso un’intervista e nei suoi comizi, in cui i balli e i canti della durata di tre ore sono la parte clou dell’evento, viene presentato come il numero 10 della politica (il suo numero di lista), “Dieci, Celestin è un campione come Maradona e Messi” urla al megafono il presentatore. Fiato alle trombe e Celestin sale sul palco e, nel suo intervento, della durata di pochi minuti, promette che lavorerà per la ricostruzione di Haiti in tutti i suoi aspetti. Punto. Questo è il suo programma e andare a consultare il suo sito web è inutile perché è praticamente vuoto. Si è chiuso così il patetico carnevale della politica che a Haiti si è svolto in mezzo a un cimitero di vittime e macerie.

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