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HAITI, UN ANNO VISSUTO CON GLI OCCHI DI JANA

gennaio 13, 2011

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 12 GENNAIO 2011

Corri, corri. Pensa solo a correre. Prendi la coperta, no la coperta no, prendi una bottiglia d’acqua, sì, ma corri. Chinaidè se la cava da solo, ormai è grande, ma Jolette e Peterson li devo portare in braccio. Se arrivo prima degli altri avrò il posto migliore, quello più sicuro magari anche più pulito. Però questi miei bambini pesano, tanto e troppo, non ce la faccio. Mi devo fermare. Jana ripercorre i mille e uno pensieri di quella notte di un anno fa, pensieri quasi tutti brutti, quell’uno poi, il più terribile: abbandonare Jolette che ha 4 anni e Peterson 18 mesi. Non proprio abbandonarli, lasciarli chez une amie ou un voisin, da un’amica o un vicino, si giustifica. Ma quale amico, quale vicino terrebbe con sé due fagotti di troppo nella corsa disperata a occupare un pezzo di aiuola, se ti dice bene, o un metro quadro di marciapiede, nella maggior parte dei casi. Ad un certo punto nella sua corsa a ostacoli, dove gli ostacoli non sono solo le macchine, le moto, le macerie, le persone vive e morte, ma anche le urla, i pianti, i gemiti, le braccia che spuntano ovunque e si allungano per chiederti una mano, che ti tirano per la gonna aiutami-a- tirare -fuori -mia -sorella, le sirene delle ambulanze impaurite che già sapevano che avrebbero portato a destinazioni pezzi di corpi, Jana ha rallentato, ha pensato agli altri, ai ricchi, al mondo che vuole bene a Haiti e agli haitiani, ai milioni di turisti che sono passati di qua e che hanno preso in braccio i loro figli anche i suoi per farsi fotografie-souvenir, i bianchi sì, ma anche i neri avec l’argent, con i soldi, gli europei, i francesi! (urla), e perché no i cinesi, sì loro ci daranno una mano avranno pietà e je m’en fous, me ne frego di fare pietà al mondo, basta che qualcuno ci aiuti. Allora sei corsa un po’ più leggera verso la tua isola felice. Appena arrivata all’una di notte del 12 gennaio 2010, quel pezzo d’asfalto ti sembrava proprio il regno di bengodi, c’era tutto, cioè c’era spazio e neanche l’ombra delle file di morti che per settimane sono stati la macabra cornice della capitale haitiana e delle 14 province ammazzate dal terremoto. L’oasi felice dove hai piantato il tuo materasso – che in realtà non avevi ma che da qualche parte hai rimediato – era già mezza piena, ma gli occhi innamorati vedono solo quello che vogliono vedere perché la verità è che non si trattava di un marciapiede né di un’ aiuola o un campo da pallone. E’ un pezzo di strada, lungo circa due chilometri, improvvisato come “camp pour déplacés” (il nome ve lo siete dato da soli). E la tua tenda insieme ad altre 40 (si calcolano le tende mica il numero dei cristi che ci vivono dentro)  fa da spartitraffico tra due corsie di macchine, camion, moto e i mezzi blindati dei caschi blu, che impassibili sfrecciano a destra e a sinistra a pochi centimetri dalla tua casa. Muoversi diventa un lusso.

LA TENDOPOLI DI JANA

Bisogna camminare raso-tenda. Per i bambini diventa quasi un gioco, una sfida “vince chi evita più di tre macchine”. Vai a spiegargli che è pericoloso. Pericoloso? E chi ci pensava un anno fa, sbuffa Jana. Ora però ci pensa. Soprattutto dopo che  nel giugno scorso suo figlio di otto anni, Chinaidè, ha perso al gioco “evitiamo le macchine” e non ha più il piede sinistro. A metà ottobre, è poi arrivato il colera. K-O-L-E-R-A, fa lo spelling a voce mentre lo scrive su un pezzo di carta per dimostrare che sa tutto, o meglio sa che si deve lavare le mani spesso, che le deve lavare sempre ai figli, e che a diffonderlo sono stati i caschi blu del Nepal. In realtà l’inchiesta è in corso. Dal 7 gennaio 2011, a oltre ottanta giorni dalla diffusione dell’epidemia che ad oggi ha ucciso oltre 3.300 persone, è operativa la commissione indipendente di esperti incaricata di determinare le cause della diffusione del colera che ha colpito Haiti. Con i tempi consoni a un gigante dai piedi di argilla, le Nazioni Unite riusciranno, forse, “a identificare la causa dell’epidemia, importante sia per l’ONU sia per la popolazione di Haiti” ha affermato il portavoce del Segretario delle Nazioni Unite. Ma il tribunale popolare composto da Jana, e da tantissimi altri haitiani ha da tempo già emesso sentenza “sono i caschi blu, sono i nepalesi” e  probabilmente nulla li dissuaderà tantomeno la dichiarazione ufficiale partorita dalla commissione. La verità è che il colera ha abbattuto non solo più di tre mila vita ma ha ucciso l’anima e il cuore di molti haitiani. A dieci mesi dal terremoto che si è portato via 230mila persone, Jana si è stropicciata ben bene quegli occhi grandi e lucidi da innamorata: quei ricchi che vivono nel mondo che vuole bene a Haiti e agli haitiani, quei milioni di turisti che sono passati di qua, che hanno preso in braccio i suoi figli per farsi le fotografie, quei bianchi sì, ma anche quei neri avec l’argent, quei francesi e perché no quei cinesi, noi, vi abbiamo dato una mano che però a stento, ancora oggi, fatica a raggiungere e a stringere la vostra. Il fiore all’occhiello della comunità internazionale sono le tende, gli accampamenti, i rifugi – alcuni in verità sono ridotte molto male perché non erano chiaramente destinate a durare a vita. Ma neanche quelli ho visto, dice Jana che come pareti della sua casa ha scelto delle lamiere trovate per strada e come tetto un telo dell’associazione Samaritani d’America.  Mi sa che i samaritani non sanno nemmeno che esistiamo, dice ridendo. E qui non è venuto mai nessuno a raccontarci come si combatte il colera. Ci siamo passati la parola tra di noi. Ah, il vecchio sistema del passa parola che funziona, sì, ma che ti fa capire che alla fine sei tu davanti alla guerra e insomma, cavatela da solo. Il paradosso è che Haiti vanta di essere “la repubblica delle ong”. Un reportage di qualche mese fa sulla rivista Wired nella sua edizione americana ha contato oltre 900 organizzazioni non governative che operano sull’isola. E’ difficile sapere il numero preciso, ce ne sono tante è vero, le grandi e storiche associazioni come Medici senza frontiere e la britannica Oxfam, ci sono le agenzie delle Nazioni Unite come l’Unicef, e un’ infinita moltitudine di piccoli e piccolissimi gruppi messi in piedi alla buona subito dopo il terremoto del 12 gennaio con pochi mezzi e spesso incapaci di gestire situazioni d’emergenza.

La buonafede, quando c’è, non basta, questo è ormai chiaro. Sarebbe sufficiente fare due chiacchiere con le persone che riempiono i voli dagli Stati uniti a Port-au-Prince. “Voglio dare una mano. No, no, non ho mai fatto questo tipo di esperienza ma sento che devo aiutare. Sentirsi utili, in qualche modo, magari per una settimana, o due, perché poi bisogna tornare a casa a gestire le proprie faccende. Già a novembre il capo missione di Medici senza Frontiere Stefano Zannini in un comunicato stampa e in un’intervista al Riformista aveva invitato tutte le Ong e le agenzie delle Nazioni Unite a lavorare in modo più pertinente e veloce. Pochi giorni fa anche Oxfam ha ribadito lo stesso concetto. “Le piccole organizzazioni sono state fondamentali e cruciali nelle settimane successive al terremoto” ha spiegato al telefono la portavoce Julie Schindall “ora c’è bisogno di professionisti che cooperino e siano in grado di portare un valore aggiunto a questa drammatica situazione. Queste persone devono ora chiedersi, cosa sto offrendo agli haitiani, sono indispensabile in questo momento? E quindi ripensare perché si è qui”. Oltre a una certa incapacità di lavorare in maniera efficiente sul campo, “c’è da dire che molte promesse non sono state mantenute” ha precisato Julie. Le promesse sono i soldi. Basta pensare che a Haiti non sono pervenute ancora le donazioni promesse  dalla blasonata associazione dell’ex presidente americano Bill Clinton che dal giorno del terremoto ha visitato il paese diverse volte. Jana come molti altri haitiani non conosce l’associazione di Bill Clinton, ma da mesi ha smesso di sperare, macché futuro, quale domani. Questi sono lussi che si possono permettere gli altri, non noi! Jana da un anno ha capito che è meglio curare il suo giardino d’asfalto, la sua isola felice, nel tentativo – senza illudersi troppo- di non finire sotto una macchina o un cingolato delle Nazioni Unite.

 

 

 


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