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DALLO STADIO ALLA PIAZZA. I TIFOSI DELLA PROTESTA

febbraio 9, 2011

USCITO SU IL FATTO QUOTIDIANO DEL 9 FEBBRAIO 2011

“Nelle proteste delle ultime due settimane i tifosi di calcio stanno giocando un ruolo molto più significativo di qualsiasi altro gruppo politico”. Intervistato da Al Jazeera, Alaa Abdelfatah, tra i blogger più seguiti in Egitto e attivista democratico, è certo di quello che dice. “E non c’è nulla di cui sorprendersi”. Alaa ha ragione e il motivo è semplice. In un paese in cui la polizia potrebbe arrestarti e buttare la chiave della cella per anni perché hai venti anni, una testa pensante e un blog dove Mubarak ha la faccia di Mussolini, dove a scuola i libri di testo sono buoni da usare come inginocchiatoi di fronte alla magnificenza del raìss e la stampa – tranne qualche Chisciotte – è asservita ai grand commis, le mura pronte ad accogliere gli sfoghi, le confessioni e le idee, sono poche, a volte segrete, altre sorprendentemente pubbliche. Al Cairo, ce ne sono due: c’è il luogo sacro, le quattromila moschee sparse nella capitale e c’è il luogo secolare, lo stadio costruito dal presidente Nasser dove ogni domenica giocano i due club più importanti del paese, la squadra Al-Ahly con oltre 50 milioni di tifosi in tutto l’Egitto e l’acerrima nemica El- Zamalek. I derby sono croce e delizia delle due tifoserie e il peggior incubo per la polizia locale, non solo per i disordini ma perché “football here is bigger than politics, il calcio qui è più grande della politica, it’s about escapism. Una valvola di sfogo, una via di fuga, è-potere-e-passione. A parlare è Assad, vent’anni, capo ultrà del Al-Ahly. Potere e passione, che significa? Significa che allo stadio gli egiziani decidono di tirare fuori la rabbia contro la prigione di sabbia in cui vivono da 30 anni; tra gli spalti si protesta contro il governo di Mubarak, si fa casino, si urla, si fa a botte e si canta l’inno nazionale mentre nel fondo un giocatore dribbla l’avversario, passa la palla e gol. “Gli ultras sono tra le persone che protestano nelle strade e spesso siamo proprio noi a guidare i nostri fratelli e le nostre sorelle” racconta Assad a un sito web arabo. Forse unico caso nella storia, quindici giorni fa gli ultras decidono di prendere parte alle manifestazioni, loro che finora si erano limitati a mostrare il volto incazzato solo all’interno dello stadio decidono di uscire allo scoperto e condividere la propria esperienza da ragazzi di strada, “chi meglio di noi conosce i metodi della polizia” spiega il giovane tifoso. Per le forze dell’ordine egiziane gli ultrà come Assad sono un’accozzaglia di criminali e terroristi, dei nulla facenti attaccabrighe. Per le autorità del regime di Hosni Mubarak sono – dal giorno della loro nascita quattro anni fa- delle mine vaganti da tenere costantemente sotto controllo. “Il governo ha avuto sempre paura di noi perché è difficile inquadrarci ideologicamente, per questo diamo fastidio”. Su Facebook, il gruppo ultras legato alla squadra Al Ahly ha tenuto a precisare che vuole rimanere apolitico ma “i nostri membri sono liberi di esprimere le proprie idee”. E Assad e gli altri non vedevano l’ora di scendere da quegli spalti.

 

 

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