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INTERVISTA A RAMIN JAHANBEGLOO SULLA RINASCITA DELL’ONDA VERDE

febbraio 21, 2011

SUL RIFORMISTA DEL 16 FEBBRAIO 2011

“L’Iran non è l’Egitto, ci vorrà più tempo ma il processo di democratizzazione è ormai avviato”.  Da Toronto, in Canada, Ramin Jahanbegloo, filosofo iraniano, uno degli intellettuali più in vista e temuti dal governo Ahmadinejad, imprigionato nel 2006 per cinque mesi nel carcere di Evin, spiega al Riformista la rinascita dell’onda verde, il movimento pacifista iranaino nato due anni fa in seguito alle elezioni presidenziali, e perché “bisognerà aspettare per assistere alla caduta di Ahmadinejad”.

Professor Jahanbegloo, l’Egitto sta facendo da apripista anche per l’Iran nella lotta per la democratizzazione?

Non v’è dubbio che quello che è successo in Egitto è stato uno stimolo e un esempio da seguire per il movimento democratico e per gli attivisti in Iran. C’è di fatto un effetto domino che si sta gradualmente espandendo in tutta l’area geografica. Ma ci sono anche delle differenze tra l’Egitto e l’Iran: come avrete notato dalle immagini televisive, la repressione da parte del governo iraniano è sempre dura, molto più aggressiva e violenta rispetto a quella avvenuta in Egitto.

Questo potrebbe significare che Ahmadinejad e i suoi sono spaventati e si sentono minacciati dalla nuova ondata di proteste?

Sì. E molto. L’intolleranza dei parlamentari e del governo iraniano nei confronti dei contestatori e del movimento pacifista nasce dalla paura che all’interno del Paese si possa creare un effetto valanga come è successo in Egitto. Detto più chiaramente, gli uomini al potere in Iran temono che ogni minima apertura verso la democratizzazione possa trasformarsi in un grande movimento in grado di minacciare o destabilizzare l’attuale dirigenza al potere per questo motivo ricorrono immediatamente alla repressione proprio per evitare che si ingigantisca e diventi una valanga.

Ieri, Karroubi e Moussavi, i leader dell’opposizione, hanno dichiarato che il movimento verde è vivo e gode di ottima salute. Ce la farà l’onda verde a travolgere il governo teocratico di Ahmadinejad o è ancora troppo presto?

Partiamo dall’assunto che nessuno ha mai creduto che il movimento pacifista- l’onda verde- potesse intraprendere il processo di democratizzazione in Iran e portarlo a compimento nel breve periodo. Il percorso è per l’Iran molto più delicato di quello che è stato per l’Egitto e non è affatto garantito. Ci vorrà del tempo, come c’è voluto per alcuni paesi in Europa perché in Iran avvenga quello che è successo la scorsa settimana in Egitto. Nonostante questo, sono d’accordo con Karroubi e Moussavi e penso che il movimento sia vivo. Sui giornali in questi due anni non se ne è parlato molto ma i giovani iraniani non hanno smesso di lottare per un Iran democratico.

Perché in Iran il processo di democratizzazione è più delicato rispetto all’Egitto?

E’ necessario che si raggiunga un equilibrio. Con questo voglio dire che l’onda verde che è di per sé un movimento non violento, pacifista al 100 per cento, ha bisogno di tempi più lunghi affinché possa prendere piede in tutto il Paese. Non siamo di fronte a una rivoluzione di stampo cubano o bolscevico dove i leader ricorrono alla violenza e alle armi. Nel caso iraniano, i partecipanti alle proteste come quelle di ieri o di due anni fa, contestano il governo di Ahmadinejad, la repressione e la violenza usata dalle Guardie della rivoluzione, l’assenza di libertà e il mancato rispetto dei diritti umani e vogliono anche che il mondo si accorga di cosa realmente succede all’interno del Paese. Tutto questo senza ricorrere alle armi.

Da settimane l’Europa assiste davanti alla televisione a eventi che stanno cambiando la storia e non solo del mondo musulmano e arabo. Quale lezione devono trarne i nostri leader?

L’Europa dovrebbe fare due cose: la prima è di continuare a farsi promotore dei diritti umani e sfidare – mai sostenere- tutti quei governi che non accettano l’idea di democrazia. Deve poi giocare il ruolo di continente-amico per assicurare un’ adeguata protezione a queste nuove e giovani democrazie.

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