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SELECTED WORDS

OBAMA UN ANNO DOPO. VIAGGIO NELL’AMERICA DEL WHITE POWER

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 20 GENNAIO 2010

Come un piccolo esercito disciplinato e pronto all’azione militare, cinquanta neo-nazisti americani sono scesi rapidamente da un pulmino con il numero “88” disegnato sul cofano che da Detroit, in Michigan dove ha sede il loro Quartier Generale, li ha portati a Phoenix, in Arizona. Hanno aperto lo sportello posteriore, tirato fuori decine di bandiere americane arrotolate con uno scotch marrone e le hanno distribuite in maniera ordinata ai militanti. Non si sono dovuti cambiare d’abito perché, la divisa nera con la fascia nazista legata al braccio, la indossano quasi tutti i giorni. Qualcuno, che aveva lasciato la giacca sul pulmino, si è arrotolato le maniche della maglietta per esibire un’altra uniforme, quella incisa indelebilmente sulla pelle: svastiche grandi e piccole e altri simboli nazisti, come scarponi o elmetti delle SS, tatuati sulle braccia e sul collo mostrati ai passanti con il petto tronfio di orgoglio, ovviamente, “bianco”. I neo-nazi americani sono uomini e donne tra i 30 e i 40 anni pronti a brandire il saluto romano e a rispondere “Heil” al grido “Sieg” urlato dal Commander Schoep e quel giorno a Phoenix hanno marciato sotto l’egida del loro partito il “National Socialist Movement 88” fondato nel 1974, dove il numero 88 fa riferimento all’ottava lettera dell’alfabeto – la H – che nella simbologia nazista si riferisce allo slogan Heil Hitler. Rintracciare Schoep, dopo l’adunata in Arizona, non è stato difficile, perché al Commander piace parlare con i giornalisti “è venuta anche una troupe dal Giappone per intervistarmi” racconta fiero. La prima cosa che si intuisce dai silenzi prolungati, è che Jeff Schoep non vuole essere chiamato Mister, troppo borghese, ma preferisce che ci si rivolga a lui con il nome di Commander. “Il NSM è il più grande partito nazionalsocialista in America. Il nostro obiettivo” ha spiegato al Riformista Schoep che però non ha voluto specificare il numero dei membri che ne fanno parte “è difendere il diritto dei bianchi, preservare l’eredità della cultura europea e combattere l’immigrazione illegale com’è chiaramente scritto nei 25 punti”. I 25 punti, tradotti in 18 lingue tra cui l’italiano, sono il cuore dell’ideologia neo nazista americana. Recita il quarto punto: “Solo coloro che hanno puro sangue bianco, qualunque sia il loro credo, possono essere membri della nazione. I Non cittadini possono vivere in America solo come ospiti e devono essere soggetti alle leggi per gli stranieri. Di conseguenza, nessun ebreo o omosessuale può essere membro della nazione”. “Questo vale anche per gli afro-americani e gli ispanici” precisa il Commander. Se qualcuno prova a ridimensionare il fenomeno neo-nazista negli Stati Uniti Schoep si risente. “Non siamo schegge impazzite ma un’organizzazione ben strutturata, noi difendiamo i cittadini americani, i veri patrioti americani. Più mainstream di così!” alza la voce il Commander e aggiunge “anzi in questo momento storico ci stiamo rafforzando”. Il capo del NSM si riferisce alla presenza di un Presidente afro-americano nella Casa Bianca. “Noi non ce l’abbiamo con Obama. Tra l’altro se gli dovesse succedere qualcosa diventerebbe un martire, cosa che noi non vorremmo mai. Il punto è che Obama non è americano, tutto qua”, taglia corto il Commander. La realtà è che a un anno da Inauguration Day Barack Obama continua a ricevere minacce di morte da organizzazioni che rivendicano il white power, quegli stessi suprematisti bianchi che misero il lutto al braccio quando 12 mesi fa il Presidente Usa giurò a Capitol Hill. “Il problema non va preso sotto gamba” avverte Leonard Zeskind autore di “Blood and Politics, la storia del nazionalismo bianco negli Usa”, “è sicuramente più serio di 30 anni fa. Alcuni americani si sentono espropriati dal loro Paese per la presenza degli immigrati e rivogliono la loro nazione indietro”. E, a detta di Schoep, la rivogliono solo bianca.


“BISOGNA AIUTARLI NON ATTACCARLI”. INTERVISTA A BARBARA BODINE EX AMBASCIATRICE USA IN YEMEN

uscito su Il Riformista del 5 gennaio 2010

FOTO ASSOCIATED PRESS

Lo Yemen è un Paese fragile ma non al collasso. Da almeno 15 anni il governo si sforza, con le poche risorse a disposizione, di portare avanti la guerra al terrorismo”. Barbara Bodine è stata ambasciatrice americana nello Yemen dal 1997 al 2001. Era nel suo ufficio a Sanaa quando nel 2000 una fiancata del cacciatorpediniere USS Cole che si trovava nel porto di Aden, fu fatta saltare in aria da un attacco di Al-Qaeda uccidendo 17 marinai americani. Bill Clinton, allora Presidente degli Stati Uniti, decise di non intervenire militarmente e fu per questo molto criticato. “Clinton fece la cosa giusta” racconta la Bodine “Anche Obama finora si sta comportando nel modo corretto perché bisogna aiutare il governo yemenita nella lotta al terrorismo non attaccarlo”.

Due giorni fa l’ambasciata americana a Sanaa è stata chiusa. Ambasciatrice non ritiene che in questo modo si è inviato un segnale di debolezza ai terroristi?

La chiusura di un’ambasciata in un determinato contesto è un misura cautelativa non è nulla di definitivo e catastrofico tant’è che i funzionari e l’ambasciatore sono ancora nel Paese. Ed è probabile che venga riaperta entro alcuni giorni.

Lei ha vissuto e lavorato in Yemen per molti anni. In una recente intervista ha definito lo Yemen uno Stato fragile ma non al collasso. Che cosa intende?

Lo Yemen è un Paese poverissimo, tra le 20 nazioni più povere al mondo. E’ poco più piccolo della Francia ma non ha fiumi ne laghi, la siccità è infatti un problema gravissimo. Inoltre la produzione di petrolio è nettamente inferiore se paragonata a quella degli altri Paesi della regione, il tasso di crescita della popolazione è sempre alle stelle mentre quello di alfabetizzazione è preoccupante. Dal punto di vista dell’ organizzazione politica e sociale, lo Yemen non va confuso con l’Iraq o l’Afghanistan in cui le divisioni settarie spesso incentivate dai  “signori della guerra” sono la peculiarità, in negativo, di questi due Paesi.

In che modo Al-Qaeda è presente in Yemen?

Al-Qaeda è presente nello Yemen, come in Algeria o in Somalia. Ma bisogna spiegare che le menti e il managment del gruppo di Osama Bin Laden non si trovano nella repubblica yemenita dove operano i cosiddetti “foot soldiers” e non la dirigenza che si trova in Arabia Saudita, Afghanistan e Pakistan. Nulla toglie che anche essi rappresentino una minaccia seria e pericolosa per l’Occidente che lo stesso governo yemenita non ha mai trascurato.

Su Foreign Policy il professore Marc Lynch spiega che la lotta ad Al Qaeda non è la priorità numero uno del governo del Presidente Saleh. Lei è d’accordo?

Si è vero. Il governo yemenita ha tre sfide in corso. La prima è sedare la rivolta degli Houthi nel nord del paese che dal 2004 rischiano di compromettere la sopravvivenza del Paese. La seconda riguarda i movimenti separatisti nel sud e terzo Al-qaeda e la lotta alle cellule terroristiche. Mettere al terzo posto la battaglia contro il terrorismo non significa trascurarla. Fino ad ora al –Qaeda e i suoi affiliati sono stati percepiti come un problema esterno, non esistenziale seppur molto pericoloso.

Dopo lo sventato attacco sul volo Delta, il governo yemenita potrebbe essere costretto a rivedere questa scala di priorità.

Non credo e le spiego perché. Da 15 anni in Yemen le istituzioni del Paese, per quanto possono, cercano di debellare il terrorismo. Spesso però non ci sono sufficienti risorse. Quando ero ambasciatrice, ad esempio, gli Stati Uniti assistevano lo Yemen con circa 50 milioni di dollari all’anno, durante l’era di George W. Bush gli aiuti finanziari si ridussero a 20 milioni e ora, mi è stato raccontato da fonti autorevoli, sono 40 milioni. Il governo yemenita ha  buone intenzioni ma poche risorse per combattere al-qaeda.

Gordon Brown ha lanciato un summit sulla sicurezza a fine mese. Joe Lieberman ha avvertito che nello Yemen si potrebbe aprire un terzo fronte di guerra. Ritiene siano delle reazioni esagerate che potrebbero giocare a favore dei terroristi?

Per quanto riguarda il summit proposto da Brown, non ho molte informazioni al riguardo anche se non capisco quale sia l’obiettivo. Mentre secondo me coloro che negli Usa stanno già parlando di terzo fronte, di invio di truppe o di lancio di droni, sono degli irresponsabili. Il Presidente Obama ha fatto bene a mantenere la calma e dichiarare che aiuterà lo Yemen. Lo Yemen è un Paese sovrano e intervenire militarmente sarebbe un errore gravissimo.

Anche Bill Clinton nel 2000 decise di non intervenire militarmente dopo l’attacco alla USS Cole ma poi fu molto criticato.

Clinton fece molto bene. Si chiese “ma chi attacchiamo? dove si trova il nostro nemico?”. Nei momenti di crisi è necessario ricorrere alla calma che non significa passività ma concentrazione su obiettivi a lungo termine.

“SALVERO’ LE MALDIVE. INTERVISTA AL PRESIDENTE MOHAMMED NASHEED

uscita sull’Espresso del 4 dicembre 2009

FOTO DI CHIARA GOIA

A settembre all’apertura dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, subito dopo l’intervento di Barack Obama, un uomo dalla corporatura all’apparenza gracile si avvicinò al microfono e tuonò contro i suoi colleghi Presidenti, “Voi non volete ascoltare”. Mohammed Nasheed, eletto un anno fa Presidente delle Maldive, giura di rifarlo il prossimo sette dicembre al G8 sull’ambiente se a Copenaghen non verrà raggiunto un qualche accordo. 42 anni, primo Presidente delle Maldive a essere stato eletto democraticamente dopo 30 anni di dittatura imposta da Maumoon Abdul Gayoom, Anni, come lo chiama la sua gente, è stato un feroce critico del regime. Viene arrestato per la prima volta a 24 anni dopo aver denunciato in un articolo i metodi  repressivi utilizzati dal dittatore maldiviano e per questo verrà tenuto in isolamento per 18 mesi. Da allora e per i successivi 14 anni, Nasheed entrerà e uscirà dalla prigione di Male, la capitale delle 1.192 isole da sogno dell’Oceano Indiano, subendo torture come la privazione di acqua e, spesso, costretto ad alimentarsi con pane e vetro. Dopo aver fondato nel 2003 il partito democratico maldiviano e aver vinto le elezioni nel novembre 2008, Nasheed ha fatto della battaglia verde il punto centrale della sua agenda politica ed è stato per questo nominato da Time magazine eroe 2009 della politica ambientale L’obiettivo che il Presidente maldiviano si è preposto è ambizioso: salvare le sue isole dall’innalzamento del mare che in cento anni potrebbero scomparire dalla Terra. “Anche se siamo un piccolo Paese”, spiega Nasheed seduto nel patio della sua residenza a Male,“vogliamo contribuire non solo al risanamento del clima e dell’ambiente ma anche ad una crescita morale delle dirigenze politiche”.

Presidente, la sua vita è un esempio di determinazione e di successo. Arrestato e torturato dalla dittatura di Gayoom, da un anno è a capo del suo Paese. Cosa le ha dato la forza di andare avanti?

Non ho mai smesso di pensare ai grandi del mondo, quelli che per me sono diventati dei modelli e fonte di ispirazione come Gandhi e Nelson Mandela. Ho dedicato molto tempo anche alla lettura  dei testi di Gunter Grass, Salman Rushdie e Gabriel Garcia Marquez. Sono sempre stato un grande appassionato di libri anche se ora ho poco tempo, cerco di ritagliarmi un’ora al giorno -in genere tra le 5 e le 6 di mattina- per leggere un po’. Alcuni miei punti di riferimento, come il favoloso “Barone rampante” di Italo Calvino, non esistono nella realtà ma solo nella letteratura e nel mondo fantastico. Ciò non toglie che mi abbiano insegnato molto sulla vita.. Poi ci sono le mie due figlie e mia moglie che non voglio trascurare: cerco di fare colazione e di passare più tempo possibile con loro. Ogni tanto riesco anche ad accompagnare la più grande a scuola e la più piccola al corso di tennis,è un modo per fare una passeggiata e due chiacchiere, raramente utilizzo la limousine presidenziale.

Presidente, secondo alcune ricerche, entro cento anni le Maldive scompariranno  sotto il livello del mare. Lei propone di acquistare ettari di terreno nei paesi confinanti come Australia e India per procedere ad un graduale dislocamento di  quasi 400.000 maldiviani. Si tratta di una soluzione attuabile?

Quello che voglio dire è che questo problema esiste e va affrontato. Tra cento anni forse ci ritroveremo in una situazione in cui oltre un terzo della popolazione verrà  espropriato dalle terre e le persone migreranno da un luogo all’altro. Tra questi ci saranno i nostri pro nipoti. Se siamo veramente degli uomini e delle donne responsabili dobbiamo affrontare questo argomento oggi. Non sto proponendo di comprare terreno e di dislocare persone, non sto avanzando alcuna proposta se non quella di confrontarci su questo tema. Proviamo a definirne i parametri, cerchiamo di capire perché potrebbe verificarsi una situazione del genere. Davanti a noi abbiamo dipinti tutti gli scenari futuri sul clima, sulla natura e via dicendo. Ma cosa succederà alle persone? Quello che vorrei è che si aprisse un dibattito sull’eventualità che milioni di cittadini, tra cento anni, possano ritrovarsi senza la propria terra.

Recentemente ha promesso che nel giro di un decennio convertirà l’intera produzione elettrica delle Maldive alle energie rinnovabili. Come raggiungerà questo obiettivo?

Il progetto principale su cui stiamo lavorando è la costruzione di un parco eolico che una volta portato a termine, si pensa tra circa 20 mesi, farà delle Maldive il Paese con la più alta percentuale di energia rinnovabile nel mondo. Il parco composto da 30 turbine eoliche di ultima generazione verrà costruito vicino a Male, la capitale, e consegnerà 75 megawatt di energia elettrica a pieno regime, sufficiente per fornire energia elettrica per tutta la capitale, l’aeroporto internazionale e i villaggi circostanti. L’eccesso di energia, prodotto ad esempio quando c’è molto vento, verrà poi utilizzato negli impianti di dissalazione per ricavarne acqua potabile.

Sembra un progetto imponente per il piccolo Stato delle Maldive. Dove troverete le risorse economiche?

L’accordo ventennale da 200 milioni di dollari che la Stelco, la nostra società di energia elettrica e l’americana  Falcon Energy hanno chiuso poche settimane fa ci renderà molto meno dipendenti dal gas che regolarmente importiamo e ci permetterà di risparmiare all’incirca 40 milioni di dollari. Abbiamo in cantiere altri progetti grazie ai quali finanzieremo il parco eolico. Poi a gennaio entrerà in vigore una legge approvata poche settimane fa dal Parlamento che prevede il pagamento di tre dollari (due euro, ndr) per ogni turista. Il mio obiettivo è quello di trasformare le Maldive in un luogo dove sperimentare, costruire e investire sulle energie rinnovabili.

Lei lavora senza sosta 18 ore al giorno affinché le Maldive diventino il Paese modello in fatto di politica ambientale e per questo sta ricevendo una copertura mediatica degna di un grande leader. Questa pressione la aiuta nel conseguimento dei suoi obiettivi?

Dipende. I media fanno il loro lavoro e io tento di non venirne inghiottito. Non leggo sempre tutti i giornali, i miei collaboratori mi fanno un briefing ogni mattina ma ascolto tutti i giorni la radio, la BBC e le stazioni indiane, un’ abitudine che avevo quando ero in carcere e che ho voluto mantenere. Negli ultimi tempi mi sono accorto quanto possono essere nocive le notizie riportate male o distorte. Ad esempio, molti hanno pensato che il Consiglio di Gabinetto sott’acqua organizzato nell’ottobre scorso fosse solo una trovata pubblicitaria. In realtà dietro questo gesto spettacolare c’era la volontà di ricordare al mondo che il mio Paese è seriamente in pericolo in vita.

Passando a Copenaghen, il G8 sembra avere una gestazione complicata. Si arriverà ad un accordo?

Un qualche accordo si raggiungerà anche se, di certo, non risponderà a tutti gli obiettivi che io, come Presidente di un Paese che rischia la propria esistenza, mi sono prefissato. Copenhagen sarà una tappa necessaria per una reciproca comprensione, utile a stabilire dei parametri e entrare, eventualmente, anche nel dettaglio del problema. Anche se siamo un piccolo Paese noi ce la metteremo tutta: vogliamo contribuire non solo al risanamento del clima e dell’ambiente ma anche ad una crescita morale delle dirigenze politiche.

Nella sua visita a New York ha incontrato molti suoi colleghi. Chi l’ha colpito di più?

Ho molta stima e fiducia in Barack Obama anche il Presidente francese Nicolas Sarkozy mi è apparso sinceramente interessato al tema del cambiamento climatico e quel giorno il suo discorso è stato molto convincente. Il governo indiano mi sembra più coinvolto rispetto al passato. Ho avuto l’occasione di incontrare più volte il Primo Ministro Manmohan Singh che ha ribadito con forza l’impegno dell’India, (il terzo Paese dopo Cina e Stati Uniti a emettere più biossido di carbonio, ndr), ad approvare una legislazione ambientale più responsabile e efficace.

KATRINA, QUATTRO ANNI DOPO. GWEN TORNA A CASA

FOTO DI THOMAS NEFF

pubblicato su Il Riformista il 10 settembre 2009

NEW ORLEANS. Dal diario di Diana Breux. “New Orleans, 25 agosto 2005. Siamo in albergo da un paio di ore, siamo distrutti dalla stanchezza. La corsa in macchina, tra il traffico e l’ansia di arrivare a destinazione, ha messo a dura prova i nervi ma la stanza è abbastanza confortevole. Speriamo si risolva tutto in qualche giorno”.

Spedita e senza mai prendere fiato, Diana Breux legge ad alta voce una pagina del suo diario datata 25 agosto di quattro anni fa, il giorno in cui con la famiglia abbandonò l’ abitazione, una villetta a due piani nella zona sud di New Orelans, per mettersi in salvo da Katrina. Tre giorni dopo l’uragano più micidiale nella storia degli Stati Uniti d’America si abbatté sulla “Crescent City” uccidendo 1.600 persone e radendo al suolo oltre 200.000 edifici. La famiglia di Diana rimarrà in albergo per una settimana per poi essere trasferita nella stazione della polizia del Quinto distretto. “Lungo la strada abbiamo visto uno scenario degno di Armageddon”. Una volta sistemati, Diana e il marito furono assaliti dalla preoccupazione di cosa avrebbero mangiato quella sera, quella successiva e per tutta la settimana. Il problema fu risolto dalla Fema, la Protezione civile americana, che autorizzò la confisca di beni di stretta necessità in alcuni negozi. “La polizia ci disse che potevamo andare da Walmart a confiscare del cibo”, si ferma un attimo e poi aggiunge “ma io ho preso solo lo stretto necessario, you know what I’m saying”, mi capisci? I capitoli successivi nella storia di Diana sono stati il divorzio dal marito e il trasferimento in uno dei 134.000 container messi a disposizione da Fema. Il container Fema, sessanta metri quadri di spazio, un bagnetto e un cucinotto “in cui era quasi impossibile cucinare per quanto fosse piccolo e dove la privacy non esisteva” diventa la casa dei Breux fino al gennaio 2009; per quasi due anni, Diana e i tre figli hanno vissuto tra quattro lamiere di acciaio patendo il caldo d’estate e il freddo nei mesi invernali. “Per Anthony, mio figlio più piccolo, era impossibile studiare in quello spazio così angusto, allora andava nella vecchia casa che stavamo ristrutturando”. Anthony  si era trovato un angolo in cui si metteva a fare i compiti e, come un piccolo amanuense, rimaneva lì fino al tramonto del sole. Durante i diciotto mesi nel container, Diana riceve i fondi di Road Home, il più grande programma di ricostruzione edilizia che il governo federale abbia mai approvato; sono 19.000 dollari, non molti ma insieme all’assicurazione sulla casa sarebbero stati sufficienti per rimettere in piedi la villetta. Purtroppo però Diana viene raggirata da due imprese appaltatrici contattate per la ricostruzione della casa che le fanno spendere  60.000 dollari senza completare i lavori. “Se non fosse stato per Rebuilding Together ora staremmo ancora nel container”. L’associazione RT la mette in contatto con le persone giuste che a un prezzo ragionevole riescono finalmente a sistemarle l’abitazione. Senza un uomo in casa, Diana ha imparato a essere autosufficiente, a non lamentarsi, a smettersi di chiedere perchè è viva e se non abbia preso il posto di un qualcun altro. “Ormai credo solo nell’ auto prevenzione, l’errore più grande è starsene seduti ad aspettare l’aiuto del governo”. Diana spiega che da quel terribile giorno, in un cassetto della sua stanza tiene una scatola con i documenti più importanti e ha una carta di credito che usa solo in caso di necessità, “se un’altra Katrina dovesse venirci a fare visita, prendo queste cose e scappo con i miei figli. Niente è più importante della vita”.
“Sono pienamente d’accordo con Diana” dice Gwendolyn Adams “nothing is more important than life!”. La signora Adams ha 57 anni e sta per ricevere in mano le chiavi della sua casa che si trova nella parte opposta rispetto a quella di Diana; la gioia è incontenibile. Con suo marito ha aspettato quattro anni per poter rimettere piede nel proprio appartamento. La storia di Gwendolyn è un po’ diversa da quella di Diana: lei è riuscita a ricostruire da cima a fondo la sua abitazione, completamente rasa al suolo dall’uragano, grazie ad una raccolta fondi organizzata dalla National Home Building Association. “Il giorno dopo Katrina i prezzi degli affitti salirono improvvisamente alle stelle e noi non avevamo abbastanza soldi quindi siamo andati da alcuni parenti in Mississippi”. Dopo quattro anni di attesa Gwendolyn non vede l’ora di stringere tra le mani le chiavi di casa che la National Home Building le consegnerà a giorni. “Sono stata di recente a New Orleans. La situazione è ancora in alto mare; secondo me ci vorranno almeno altri quattro anni perchè New Orelans ritorni al pre-Katrina”.
Gwendolyn e Diana non si sono mai conosciute ma, si sa, le storie dei sopravvissuti si sfiorano e si intrecciano e, seppur diverse tra loro, hanno un tratto in comune: la loro vita è stata violentemente interrotta, è rimasta sospesa per alcuni giorni e poi è ripresa, e loro, “i fortunati”, come spesso si autodefiniscono, distinguono la vita di prima e la vita di ora. Dopo quattro anni Katrina sembra una compagna nefasta di cui nessuno ancora riesce a disfarsi; l’assenza di amici e famigliari, le case, le scuole, gli ospedali ancora fatiscenti, le cerimonie e gli anniversari organizzati dal Comune di New Orelans, impediscono ai salvati di dimenticare i sommersi. “Anche se vorrei tanto” ha spiegato Diana e Gwendolyn, dall’altra parte della città, risponde, “purtroppo non dimenticheremo mai” .

“LA MIA INTUIZIONE E’ CHE AHMADINEJAD ABBIA VINTO LE ELEZIONI, ANCHE SE DI POCO”. INTERVISTA A ROBERT FISK

ROBERT FISK.UN MITO

uscito su Il Riformista del 18 luglio 2009

BEIRUT. “Avevo ventinove anni e mi offrirono il Medio Oriente” . Era il 1976.  Robert Fisk ora ha 63 anni è il corrispondente da Beirut per il quotidiano inglese The Independent, “l’inviato di guerra più famoso al mondo” come l’ha definito il New York Times. Fisk ha seguito dalla redazione di Al Jazeera international il discorso che ieri l’ayatollah  Rafsanjani ha tenuto all’Università di Tehran. “Questo ha poco a fare con le proteste contro le elezioni, è una lotta interna che ha come teatro Qom e come protagonista l’apparato clericale”.

Rafsanjani ha parlato dopo otto settimane di silenzio. Ha avvertito gli iraniani che l’Iran è un Paese in crisi e ha messo in dubbio la legittimità della rielezione di Ahmadinejad. Che messaggio ha voluto mandare l’ex Presidente iraniano ai sostenitori di Mousavi?

Rafsanjani è un uomo terribilmente pragmatico. Non ha esplicitamente chiesto di ritornare alle urne ipotesi -a mio parere- molto remota o comunque non realizzabile nel breve periodo ma ha fotografato una situazione reale sebbene non nuova. L’Iran è un Paese in crisi da molto tempo: è diviso da mille contraddizioni e le elezioni del 12 giugno hanno messo in evidenza queste mille lacerazioni. Non a caso l’Ayatollah Rafsanjani ha scelto come pulpito del suo sermone la preghiera del venerdì il cui spirito è quello del richiamo ad un’unità islamica. Ripeto islamica.

Perché sottolinea la parola islamica?

Perché i giovani che vediamo nelle piazze di Tehran non stanno combattendo contro la Repubblica islamica, i manifestanti non gridano “vogliamo una democrazia secolare” ma “Allah akbar”, il signore è grande e i supporter di Mousavi si vestono di verde, il colore dell’islam. Poi, a parte la strada e i suoi manifestanti, c’è l’imperitura battaglia di Qom, la città sacra sciita, che è il vero nervo scoperto dell’Iran. A Qom sono in molti a voler la testa dell’attuale Ayatollah Khamenei. Ad esempio l’ayatollah Yazdi è un grande amico e supporter di Ahmadinejad lo ha sempre sostenuto e tutti conoscono la sua ambizione a essere nominato leader supremo. Dall’altro c’è Khamenei che da un certo punto di vista si è visto costretto a dichiarare il suo appoggio ad Ahmadinejad per evitare l’isolamento.Molto di quello che si sta verificando da oltre un mese in Iran  ha a che con fare con la guerra tra gli ayatollah.

Le proteste dei cittadini iraniani continuano. Ieri sono scese in piazza centinaia di persone, seppur in numero inferiore alla settimana del dopo-elezioni.

Quello che vediamo nelle strade è una protesta sociale insorta per l’assenza delle libertà fondamentali dell’individuo e per la grave recessione economica che sta riducendo il Paese al lastrico. Queste persone si scontrano con la polizia e le forze Basij che rappresentano quelle entità, ovvero le istituzioni clericali, che non vogliono per nessuna ragione perdere la propria leadership. Secondo me c’è stata un po’ di confusione nell’interpretazione dell’ ondata di proteste. Ritengo che “la rivoluzione di velluto”, come è stata definita, non è assolutamente paragonabile alla rivoluzione del 1979 per un motivo fondamentale. Nel ’79 tutti gli iraniani erano uniti nella lotta contro lo Shah, da destra a sinistra, l’Iran era un corpo solo, e  decisero di dare il potere a Khomeini, all’epoca l’unico ad avere un programma politico. Ora l’Iran è un Paese diviso.

Sta dicendo che Ahmadinejad avrebbe vinto le elezioni?

E’ una mia intuizione. Penso di sì ma non credo nella valanga di voti a suo favore. Non è possibile che Ahmadinejad abbia vinto con quel margine dichiarato dal governo. Lì c’era la volontà di umiliare Mousavi.

Mr. Fisk ieri in Indonesia sono morte dieci persone per un attentato probabilmente ad opera di Al Qaeda. Lei è l’unico giornalista occidentale ad aver intervistato Osama Bin Laden. Al Qaeda si è rafforzata?

Questi sono i tipici discorsi che escono fuori dai think tank americani. E’ più forte o meno forte? Al Qaeda esiste e si nutre delle ingiustizie. Ed è lì che bisogna agire: in Afghanistan, Iraq, Palestina e via dicendo. Inutile urlare “terrore! terrore!” così i qaedisti non spariranno dalla faccia della terra, ma combattendo le ingiustizie c’è una buona probabilità che il loro numero possa diminuire consistentemente.

“PUNTARE SULL’IMMIGRAZIONE E L’OUT-SOURCING PER RIANIMARE L’ECONOMIA MONDIALE” INTERVISTA A NANDAN NILEKANI

uscito su Il Riformista il 10 luglio 2009

FOTO DI SR.SAMOLO

NEW DELHI. “Anche se nessun paese è immune da questa crisi l’India ne uscirà prima della Cina e dell’Europa”. Nandan Nilekani, il 31esimo uomo più influente al mondo secondo Time magazine, da pochi giorni è stato nominato dal Primo ministro Singh a capo di una task force per rimettere in piede l’economia indiana. Nei giorni concitati del G8, il fondatore di Infosys Tecnologies, la seconda società di computer più grande in India con sede a Bangalore e in altri 22 città nel mondo che gli è valsa il titolo di “Bill Gates indiano”, racconta a Il Riformista la sua ricetta per rianimare l’ economia mondiale. Le parole chiave sono due: out-sourcing e immigrazione.

Oggi G8, domani G20. La verità è che i leader riuniti all’Aquila già pensano al summit allargato di Pittsburgh. Quale pensa possa essere l’apporto del suo Paese al forum economico mondiale esteso a settembre anche all’India?

Il G8 rimane un appuntamento mediatico che obbliga i cosiddetti grandi del mondo a esporre le ricette economiche e finanziarie per sanare problemi che riguardano centinaia di Paesi e quest’anno il summit avrà ancora più importanza. Per quanto riguarda il mio Paese sono convinto che uscirà dalla crisi prima della Cina e dell’Europa e che possa insegnare qualcosa anche agli Stati Uniti. Tra noi e voi europei c’è una grossa differenza che riguarda prima di tutto la demografia che a mio parere è la spina nel fianco del vecchio continente. A differenza dell’India quasi la totalità dei Paesi dell’UE ha un tasso di natalità molto basso e per far fronte a questo problema le soluzioni sono solo due: o si esporta il lavoro o si importano lavoratori. In sostanza è una questione di out-sourcing o di immigrazione. Le decisioni da prendere sono chiare e semplici dal punto di vista economico ma difficili e forse impopolari da quello politico. Ma la politica non deve essere il problema semmai la soluzione.

L’India cosa può insegnare agli  Stati Uniti?

Gli Usa si trovano in un momento delicato che metterà alla prova l’Amministrazione Obama. L’India negli ultimi 20 anni è stata alla ricerca della terza via quella tra statalismo e capitalismo. Fino ad alcuni anni fa l’economia del mio Paese era stretta nella morsa di un rigido statalismo ma a  partire dagli anni’ 90 abbiamo adottato diverse riforme economiche che hanno ridotto i controlli dello stato sugli investimenti e sul commercio estero. Gli Usa si trovano ora allo stesso bivio: sono alla ricerca di quel giusto e sano equilibrio tra stato e mercato e in questo senso penso l’India possa essere da esempio.

Si sente parlare spesso di nazionalizzazione delle banche. Ciò che in qualche modo sta proteggendo l’India dal baratro finanziario è da ricondurre al fatto che nel suo Paese la maggior parte degli istituti di credito sono statali?

Si, direi di sì. Il nostro sistema bancario è molto diverso dal vostro e da quello americano. Da noi non esistono prestiti come i subprime. Vigono regolamentazioni severe e controlli che hanno lo scopo di monitorare costantemente il lavoro delle banche indiane che in caso di violazione di legge sono soggette a pene molto severe.

Thomas Friedman ha ammesso di aver preso spunto da una sua frase per scrivere il celebre libro “The world is flat”. La frase in questione era “Thomas, il campo di gioco si sta ormai livellando”. Ritiene che la teoria dell’appiattimento globale sia ancora valida e che la globalizzazione sopravviverà alla recessione mondiale?

Certo. Quelle parole che ho pronunciato nel 2002 durante un’intervista con Friedman sono attualissime. Internet, l’out-sourcing e la collaborazione orizzontale tra venditori, fornitori e clienti sono gli strumenti principali che hanno “appiattito” il mondo permettendo ad un impiegato seduto a Bangalore di operare con i colleghi negli uffici di Londra. La globalizzazione sopravviverà alla crisi e le rispondo con una frase dell’economista Amartya Sen “chi rimane nel pozzo, come la rana che vi trascorse tutta la sua vita per paura di cosa ci fosse fuori, si crede al sicuro ma non scambia idee, informazioni e prodotti con gli altri e così senza accorgersene, diventa sempre più povero e ignorante”.

Nonostante gli impegni, lei ha trovato il tempo di scrivere il libro “Imagining India”. Da dove le è nata questa necessità?

Ho impiegato due anni a scriverlo dopo essermi documentato e aver letto più di trecento saggi non solo economici ma anche storici e sociologici. Il desiderio di scrivere un libro sull’India nasce dalla voglia di aiutare il mio Paese a crescere sempre di più. In “Imagining India” spiego quali siano i passaggi per arrivare a questo obiettivo. Primo step è rendere l’educazione accessibile, poi modificare i rapporti con i sindacati, migliorare l’urbanizzazione e le infrastrutture e trasformare l’India in un unico grande mercato senza ostacoli alla mobilitazione dei beni e dei servizi.

“YALLA” DICE ABDULLAH “IN QUALCHE MODO ANDREMO AVANTI”.

uscito su il Riformista del 30 giugno 2009

Rapid City, S.D.-native Staff Sgt. Shane Glowcheski (r.), a platoon sergeant with B Battery, 2nd Battalion, 319th Airborne Field Artillery Regiment, and Sgt. Hector Hernandez (top), a squad leader, are joined by a young student while taking a breather on the steps of an elementary school being renovated in the Graya’at neighborhood of Baghdad’s Adhamiyah District. (U.S. Army photo by Sgt. Mike Pryor, 2nd BCT, 82nd Abn. Div. Public Affairs)

“Oggi francamente non festeggio nulla”. La vita di Abdullah Fattah è anche la storia dell’Iraq, il suo Paese. Quando nel 1979 Saddam Hussein prese il potere Abdullah aveva poco più di 20 anni e decise di emigrare a Colonia in Germania dove riuscì ad aprire un mini market. Il 9 aprile 2003 giorno della cattura del raìs, Abdullah decise che era tempo di tornare a casa: aveva messo da parte abbastanza denaro per aprire un’attività a Baghdad e il futuro, con l’aiuto degli americani, si presentava quantomeno meno tetro rispetto agli anni del regime baathsista. Purtroppo le sue previsioni non si realizzarono. Gli americani spesso non si mostrarono all’ altezza della situazione, lo scandalo del carcere di Abu Ghraib intensificò il sentimento d’irrequetezza degli iracheni verso gli occupanti a stelle e strisce e gli scontri tra sciiti e sunniti -che raggiunsero l’apice tra il 2006 e il 2007- complicarono quello che più volte è stato definito come il pantano iracheno. Vittima di inseguimenti da parte di bande criminali e scampato grazie ad una telefonata dell’imam locale a uno attentato che Al Qaeda gli stava organizzando, Abdullah ora è ancora a Baghdad. Ha un banco di frutta e verdura nel mercato del quartiere sciita di Al-Doura, dove il primo giugno scorso è esplosa un’autobomba uccidendo quattro persone e ferendone tredici, e non ha alcuna intenzione di lasciare il suo Paese ma dice “oggi francamente non festeggio”.  D’ora in poi in Iraq il 30 giugno sarà una festa nazionale, il giorno della vittoria, o dell’orgoglio iracheno come è stato definito dal premier Nouri Al-Maliki. La vittoria per il governo e per alcuni iracheni è assistere al ritiro dei soldati americani dalle città come Baghdad, Mosul e Kirkuk e al passaggio del testimone alla polizia locale che da oggi sarà l’unico garante della legalità e della sicurezza degli iracheni. “Oggi mandiamo al mondo un messaggio importante” ha detto il Primo ministro iracheno “l’Iraq è in grado di garantire la sicurezza e amministrare i propri affari autonomamente senza l’aiuto esterno”. Ma molti cittadini iracheni come Abdullah sono tutt’altro che rassicurati, la realizzazione di quello che Tariq al-Hashemi, uno dei vice presidenti iracheni, ha definito “vuoto di sicurezza” è da prendere seriamente in considerazione. “Sin dall’inizio gli americani hanno mal condotto le loro operazioni militari” racconta Abdullah “questa per me è stata una grande delusione. Detto ciò e guardando al domani prevedo un futuro tutt’altro che roseo per l’Iraq”. Abdullah dice che quella di oggi è “una vittoria che festeggiamo forse solo nei corridoi del governo, perchè quella che si respira qui è un’aria di di paura, incertezza e ansia per quello che succederà altro che festeggiamenti”. La polizia irachena, che da mesi gli americani addestrano, non gode del favore e della stima dei cittadini iracheni “è gente che non ha alcun senso dello stato, la maggior parte viene dai villaggi e mal sopporta gli abitanti delle città grandi come Baghdad. A questo si devono aggiungere altri due aspetti importanti”. La ripresa degli attentati nelle ultime due settimane a Kirku e Sadr city dove sono morte 200 persone – per Abdullah sono da legare al ritiro degli americani che in ogni caso da domani seppur lontani dalle città continueranno ad operare nelle zone rurali e ai confini con l’Iran e la Siria in attesa del 2011, data in cui l’esercito Usa tornerà definitivamente a casa.  “Inoltre le nostre istituzioni sono corrose dalla corruzione. Il Parlamento è un clan di signori della guerra e l’esecutivo non è di certo migliore. Alcuni giorni fa l’attuale Ministro della salute è stato indagato per concussione ma il suo dossier è andato perso in un incendio degli archivi quindi le indagini non andranno avanti”. Abdullah sospira al telefono, aggiunge “Yalla” come dire, andremo avanti in qualche modo anche se il suo cuore, come quello di molti altri iracheni, sperava che oggi sarebbe stato finalmente  “il giorno in cui ripartire con i propri piedi”.

INTERVISTA A REZA DEGHATI. IL SUO RICORDO DELL’AYATOLLAH KHOMEINI

pubblicato su Il Riformista del 19 giugno 2009

KHOMEINI FOTOGRAFATO DA REZA

“Prima ti ignorano,

poi ti deridono,

poi ti combattono.

Poi vinci”.

Reza Deghati avrebbe voluto usare questa frase di Gandhi come titolo alle foto scattate trent’ anni fa durante la Rivoluzione del 1979. “All’epoca pensavamo che la democrazia per cui noi iraniani avevamo combattuto era alla portata di mano. Sono bastati poco mesi per farci capire che la strada per la libertà era altrove”. Reza aveva poco più di 27 anni e studiava architettura quando immortalò Tehran e gli iraniani in rivolta contro lo Shah. Questi scatti fecero il giro del mondo e furono pubblicati da Newsweek, Time e National Geographic. Un anno dopo il celebre ritratto a Khomeini, Reza fu costretto all’esilio in Francia ma ha continuato a scattare nei paesi difficili del mondo vincendo importanti premi internazionali e pubblicando sulle riviste più prestigiose.

I tragici eventi che stanno accadendo a Tehran evocano in molti la rivoluzione del 1979. Lei che l’ha vissuta da fotografo e militante pensa ci siano delle similitudini?

No, la differenza è sostanziale. Trent’ anni di oppressione, intolleranza, dittatura, hanno inevitabilmente cambiato i volti degli iraniani. Ricordo una foto che scattai a Shahyad Square, rinominata Azadi square che significa la piazza della libertà. Era in corso un’imponente manifestazione: un milione di iraniani era sceso in piazza a protestare. La cosa che mi colpì  furono i visi delle persone, sorridenti, allegri, pieni di speranza. Non tutti erano d’accordo nell’intraprendere la strada della protesta ma il clima che si respirava era positivo. La favola in realtà durò poco. Gli iraniani di oggi hanno espressioni tristi e amare, soprattutto i più giovani. Quasi i due terzi della popolazione è cresciuta sotto questa dittatura, hanno trent’anni o poco meno e non sanno cosa significhi libertà. I loro volti sono uno specchio di questa tragedia.

“La strada per la democrazia è lunga e in salita. Non so se vedrò mai l’alba di quel giorno”, ha scritto sul suo blog un ragazzo iraniano di 32 anni. Le immagini che ritraggono donne, uomini, giovani e  adulti che sfidano la violenza del regime non pensa siano espressioni di una democrazia vibrante?

In Iran non c’è mai stata libertà. A 22 anni fui arrestato, torturato per cinque mesi e abbandonato in prigione per tre anni per aver scattato foto che ledevano l’immagine dello Shah. Poi sono arrivate le manifestazioni del ’79 che hanno portato un’aria di cambiamento che in molti respiravamo. Quelli furono giorni speciali per l’Iran, questi momenti sono unici nella storia di un paese: le persone sentivano che la società si stava incamminando verso la democrazia. Anche io ci credevo fermamente, credevo che avremmo goduto della libertà di espressione. Non fu così. Sfortunatamente la natura di un regime islamico mal si concilia con la libertà di pensiero e di stampa.

Nonostante le difficoltà riuscì a fotografare l’Ayatollah Khomeini. Qual è il suo ricordo di quel momento?

Ebbi l’opportunità di fotografare Khomeini in una situazione privata. Questo mi diede la possibilità di capire un uomo che sostanzialmente era un grande enigma. Era seduto su un letto in una stanza vuota che non aveva passato o futuro, nè storia o memoria. Ebbi tempo di scattere solo tre fotografie poi l’Ayatollah tagliò corto e mi disse “Sono stanco”. Mentre lo fotografavo non aveva rivolto mai lo sguardo verso l’obiettivo se non per un brevissimo istante. Lui era il simbolo della speranza per tutto l’Iran, noi eravamo scesi in piazza spontaneamente per lui e contro lo Shah ma dopo il mio breve incontro il dubbio che si stava cominciando a insuinare divenne una certezza: si stava levando dal cielo un pugno che da lì a poco avrebbe polverizzato i nostri sogni di giustizia e libertà.

“OBAMA E’ SEMPRE PIU’ LONTANO DA BUSH”. INTERVISTA AD AHMED YOUSSEF MINISTRO DEGLI ESTERI DI HAMAS

uscito su Il Riformista del 5 giugno 2009

OBAMA DURANTE IL SUO DISCORSO AL CAIRO

“Con il messaggio di ieri Obama ha definitivamente sepolto l’era Bush. Ora si apre un nuovo capitolo tra l’America e il mondo arabo e musulmano”. Ahmed Youssef, ministro degli esteri di Hamas e consigliere politico di Ismail Haniyeh, usa parole come “fantastico”, “positivo”, “storico”, per descrivere il discorso che Obama ieri ha pronunciato all’Università del Cairo e ha fatto recapitare una missiva al Presidente americano congratulandosi per la significativa apertura verso il mondo arabo. La grande incognita è però la stessa da sempre: quando Hamas deciderà di riconoscere Israele. E la risposta è a suo modo sempre ambigua “quando Israele riconoscerà uno stato palestinese” .

Ai microfoni di Al Jazeera ha detto che il discorso di Barack Obama le ha evocato quelli pronunciati da Martin Luther King. Le parole del Presidente americano cosa significano per il mondo arabo?

Il discorso di Obama rimarrà nella storia delle relazioni tra Usa e mondo arabo. Ieri il Presidente americano ha fatto capire che l’epoca Bush è finita, che le parole minacciose e la dottrina del terrore sono il percorso sbagliato da seguire. Da oggi si apre una nuova stagione per noi e per voi nella quale verranno costruite le fondamenta per un rapporto solido e solidale. Noi abbiamo tutte le intenzioni di lavorare con il Presidente Obama e con quegli stati arabi che si dimostreranno volenterosi a riprendere in mano seriamente la pace nel Medio Oriente.

Nessuna riserva dunque ?

Noi come popolo palestinese vorremmo che le promesse e le belle dichiarazioni vengano messe in pratica il prima possibile soprattuto per quanto riguarda il congelamento e la rimozione delle colonie ebraiche in CisGiordania. Su questo tema chiave ci aspettiamo che Obama faccia pressioni sul governo israeliano. Di fatto i primi passi mossi dal Presidente americano sono stati quelli giusti

Ieri lei ha rivolto un messaggio al Presidente Obama in cui ha scritto di aver apprezzato la sua apertura verso il mondo arabo e ha aggiunto che Hamas si impegnerà per il conseguimento della soluzione giusta. Qual è la soluzione giusta?

La soluzione giusta per noi è il ritorno ai confini precedenti alla guerra del 1967, quindi il riconoscimento di uno Stato Palestinese con la CisGiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme capitale. E’ probabile che per raggiungere questo obiettivo, nonostante le ottime premesse contenute nel discorso di ieri, ci vorranno altri venti anni. Saranno le generazioni future ha decidere in che tipo di stato vorranno vivere.

Obama ha però detto che Hamas deve riconoscere Israele.

Questa è ancora una terra occupata. Prima che qualcuno chieda ai palestinesi di riconoscere qualcosa altro, noi dovremmo avere un nostro stato indipendente e libero. Si viola il diritto internazionale quando si vuole obbligare un popolo che vive da oltre 60 anni sotto occupazione di riconoscere l’occupante. Mi auguro che il Presidente Obama, esperto di diritto internazionale, conosca questa regola.

Ministro lei è considerato un moderato. I membri più fondamentalisti del suo gruppo vedono di buon occhio la posizone del Presidente americano?

Quel che credo è che la maggior parte dei paelstinesi vuole smettere di soffrire, vuole che venga posto fine all’assedio a Gaza e spera di tornare a vivere nella propria terra. Vuole pace, sicurezza e prosperità per la regione. Questo è quello che credo.


VIVERE A SDEROT NONOSTANTE TUTTO

uscito su il Riformista il 30 maggio 2009

SDEROT, FRANCE PRESS

SDEROT, ISRAELE. “Se sei per strada e senti una voce metallica che dice Tzevah Adom, Tzevah Adom, devi subito correre a nasconderti nel palazzo più vicino, può essere un negozio, una palestra non importa. Poi ti devi sedere per terra, lontano dalle finestre e mettere le mani sulla testa. Ricordati che per fare tutto questo hai solo 15 secondi, hai capito?”. Moshe si sforza di essere molto chiaro, gesticola con le mani e ogni tanto con l’indice si sistema gli occhiali da vista bene sul naso. “Quindi” –dice – “stai attenta e non metterti nei guai”. Si gira di scatto e si allontana con lo zaino in spalla che a ogni passo saltella su e giù come i lunghi peot che gli arrivano quasi a sfiorare le spalle. Ha fretta perchè deve tornare a casa a fare i compiti. Moshe ha solo 11 anni ma parla e si muove come un adulto. A Sderot lo conoscono tutti perchè è il figlio di Sason Sara, il droghiere della città ma anche lo scrivano che si occupa tra un pacchetto di LM rosse e Parliament light di spedire al ministero dell’edilizia i reclami dei suoi concittadini stufi di aspettare la ricostruzione di palazzi e strade distrutte dai razzi Qassam che da otto anni Hamas lancia da Gaza.  La guerra quella coperta dai media fino al 20 gennaio scorso è finita ma quella reale continua: ogni tre o quattro settimane parte un razzo diretto verso le aree di Sderot o Ashkelon, rispettivamente a uno e dieci chilometri dalla Striscia. Dalla fine di gennaio a oggi si contano solo feriti nessun morto “nessuno sa quando deve morire e come quindi inutile agitarsi”. Yafa Malka fa la parrucchiera “specializzata in tinture bionde”. Anche lei, ovviamente, è bionda, truccatissima e con un neo sopra l’angola destro della bocca che la fa sembrare un’attrice americana degli anni ’50. Dal ripostiglio urla di seguirla. “Vieni, ti faccio vedere dove mi nascondo quando scatta il codice rosso”. E’ una stanza adibita a magazzino delle tinture e degli shampoo ma che all’occasione diventa un piccolo monolocale barra bunker. Nessuna finestra, che come spiegava il piccolo Moshe sono pericolose, due fornelletti elettrici, una sedia, un divano letto e un paio di ventilatori. “C’è l’essenziale per massimo un paio di giorni nei casi peggiori altrimenti ti consigliano di aspettare 5-10 minuti dall’allarme per riuscire”. Nel negozio due signore aspettano impazienti di essere toccate dalle “magiche mani di Yafa” come dice una delle due che viene da Ashkelon per farsi bella “all’inizio avevo paura di guidare fino a qua ma voglio una vita normale o almeno faccio finta di averla. In verità a volte immagino i titoli dei giornali: cinquantenne uccisa da un razzo Qassam mentre andava dal parrucchiere” e scoppiano tutte a ridere. L’altra signora racconta che nella scuola della figlia che si trova poco distante dal negozio di Yafa alcune aule vengono impiegate come rifugio “il preside del liceo le ha volute colorare di azzurro in modo tale che siano riconoscibili dagli studenti che se allo scattare dell’allarme dovessero entrare in panico possono facilmente individuare la stanza giusta”.

L’ultimo razzo è stato lanciato il 20 maggio scorso nei giorni in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Washington da Obama. “E non è un caso” spiega Nissim Peretz, il proprietario della casa colpita dal Qassam che ha fatto in tempo a rifugiarsi nella sua “security room”. “Saremmo dovuti uscire dalla Striscia solo quando Hamas avesse smesso di lanciare razzi. Ora stiamo pagando gli errori di un governo la cui unica preoccupazione quattro mesi fa erano le elezioni”. Nissim racconta anche delle lungaggini dell’esecutivo israeliano nel ricostruire alcuni dei 58 bunker statali che il governo ha messo a disposizione degli abitanti di Sderot ma che a conti fatti sono inagibili “Alcuni non hanno elettricità e acqua e in altri le tubature sono scoppiate provocando allagamenti. Quindi meglio costruirselo in caso sacrificando magari la cantina”. Nissim non ha voluto aspettare l’intervento del governo per ricostruire la parte danneggiata della casa ma ha fatto da solo con l’aiuto di alcuni amici. La prima cosa che ha rimesso a posto è stata la Hamsa, la mano protettrice che si appende sulla porta di casa che in ebraico recita “nessun angoscia vivrà tra queste mura, nessuna paura passerà attraverso questa porta, nessun conflitto regnerà in questa dimora”.

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